I malati cronici e i decreti Balduzzi sull’assitenza territoriale

Una delle grandi sfide che i sistemi sanitari di tutti i paesi avanzati devono oggi affrontare è quella di offrire un’adeguata assistenza sanitaria a coloro che sono affetti da malattie croniche. Queste ultime sono malattie di lunga durata che solitamente si manifestano clinicamente in età avanzata, (anche se possono avere origine in età giovanile) e richiedono un’assistenza di lunga durata che, nella stragrande maggioranza dei casi, è lunga quanto la vita del soggetto.

Negli ultimi decenni l’incidenza delle malattie croniche è costantemente cresciuta in concomitanza con il costante aumento della speranza di vita alla nascita e il conseguente aumento della percentuale di persone ultrasessantenni sul totale della popolazione. Tuttavia, il paziente cronico, se assistito e curato in modo adeguato, soprattutto per alcune patologie quali ad esempio il diabete o l’HBV, può raggiungere una stabilizzazione del decorso della sua malattia e poter condurre una vita del tutto normale.

Oggi le malattie croniche costituiscono la maggior causa di mortalità e molte di esse sono fortemente invalidanti, ma i sistemi sanitari sono ancora strutturati per fornire assistenza ai pazienti affetti da malattie acute, con la loro attenzione rivolta in prevalenza all’assistenza ospedaliera. E questa centralità della struttura ospedale non è in grado di offrire un’adeguata assistenza al paziente cronico che invece deve essere seguito a livello territoriale, attraverso l’assistenza domiciliare o l’apertura di centri diagnostici e ambulatoriali al di fuori della realtà ospedaliera.

Infatti, il monitoraggio della malattia e l’assistenza diagnostica e medica deve essere il più possibile prossima all’abitazione del paziente cronico in modo che egli non sia impedito nell’esercizio delle sue attività quotidiane, sia personali che professionali, lasciando all’ospedale il compito di dedicarsi alla cura dei pazienti acuti che normalmente non richiedono lunghi soggiorni ospedalieri.

La struttura odierna del SSN italiano non è ancora ben definita a questo riguardo poiché la divisione in Servizi Sanitari Regionali ha generato un situazione a macchia di leopardo se vista in ottica nazionale: alcune regioni hanno iniziato a lavorare al rafforzamento dei servizi territoriali mentre altre sono ancora ancorate al modello ospedalocentrico (molto spesso anche per una forte resistenza della cittadinanza ad una razionalizzazione del sistema ospedaliero regionale).

Il decreto Balduzzi del 2012 è in ordine di tempo l’ultimo atto regolatorio teso a favorire questo processo di razionalizzazione, prevedendo che ogni regione provveda a organizzare l’assistenza primaria attraverso modalità operative monoprofessionali denominate AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali), e forme organizzative multiprofessionali denominate UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie). La disciplina di queste ultime avviene ” privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali dotati di strumentazione di base, aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata, nonché nei giorni prefestivi e festivi con idonea turnazione, che operano in coordinamento e in collegamento telematico con le strutture ospedaliere”. Le prime hanno l’obiettivo di integrare l’assistenza primaria con la continuità assistenziale, mentre le seconde dovranno fornire assistenza sanitaria di base e diagnostica di I livello, 24 ore su 24, prendendo in carico anche i pazienti affetti da malattie croniche e agendo in stretta integrazione con la rete ospedaliera e i servizi sociali.

L’applicazione pratica di questa nuova struttura permetterebbe la creazione di network di assistenza sanitaria territoriale in grado di limitare il ricorso a ricoveri impropri presso le strutture ospedaliere e di consentirebbe, attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, un miglior monitoraggio dei malati cronici. Tuttavia, attualmente sono partite solamente delle sperimentazioni in alcune regioni e il raggiungimento di questi risultati pare essere difficilmente raggiungibile in tempi brevi, vista anche la carenza di fondi che le regioni possono mettere a disposizione per finanziare queste nuove realtà a causa dei noti problemi che ad oggi stanno opprimendo le finanze pubbliche.

Dino Biselli

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