Il Bioprinting

 

Sono abbonato a Focus da più di 15 anni e, nonostante la qualità della rivista abbia conosciuto alti e bassi, sono rimasto sempre un suo lettore. Mi ricordo ancora che in uno dei primi numeri che avevo letto c’era un articolo dove si parlava di trapianti e si ipotizzava che in un prossimo futuro si sarebbero potuti ricostruire interi arti, anche complessi, attraverso l’utilizzo di cellule embrionali o staminali appositamente programmate per poter ricostruire l’organo o gli organi seguendo un “progetto” predefinito.

Purtroppo non si è ancora giunti a un livello tecnologico così sofisticato, ma sul numero di Settembre di Focus ho letto un interessantissimo articolo scritto da Margherita Fronte sull’utilizzo di stampanti 3D per la creazione di organi su misura a partire dalle cellule moltiplicate in vitro del paziente a cui sarà poi trapiantato l’organo.

Tuttavia, nonostante alcune promettenti sperimentazioni, il processo è complicato e non è ancora stato sottoposto a procedure e protocolli precisi, in quanto ci si trova in una fase sperimentale delle ricerca: con la stampa viene creato un oggetto solido a partire da un “inchiostro” composto da un misto di cellule, proteine e, in base alla necessità, di collagene e altre sostanze rigide biodegradabili che servono come guida per lo sviluppo delle cellule. Va da se che organi diversi richiedono approcci differenti e che attualmente la possibile “stampa” di organi complessi come il cuore è ancora ferma ai primi studi di fattibilità.

Nonostante ciò, la strada sembra essere segnata, e se in un futuro molto prossimo tali pratiche dovessero diventare routine, si otterrebbero grandi vantaggi da questa nuova tecnologia: prima di tutto la quasi totale eliminazione delle crisi di rigetto (gli organi sarebbero composti da cellule derivanti da quelle del paziente), la drastica diminuzione delle liste di attesa (destinate ad aumentare nel corso dei prossimi anni in conseguenza del costante invecchiamento della popolazione) e la possibilità di avere una riduzione di costi sia a livello farmacologico che sanitario.

Come tutte le innovazioni, anche questa richiede comunque degli sforzi finanziari iniziali che consentano di sostenere tutte le spese in ricerca e sviluppo necessarie per far sì che lo sviluppo di questa nuova tecnologia possa continuare. Nell’articolo sopra citato viene riportato che USA e UK sono all’avanguardia in questo settore, e che in Italia si stanno svolgendo importanti progetti internazionali grazie al Dipartimento di Scienze Chimiche e Tecnologie dei Materiali (Dsctm) diretto dal Dottor Luigi Ambrosio del CNR di Roma. Spero comunque che il bioprinting sia allo studio anche presso altri team nelle più importanti facoltà universitarie di medicina italiane e che qualche industriale coraggioso stia supportando questi sforzi non solo economicamente ma anche tecnicamente.

Ma a questo punto sorge una domanda: le istituzioni stanno finanziando queste iniziative? E se si, in che misura? Sono state fatte delle valutazioni su possibili ricadute a livello economico e occupazionale? E quanti brevetti si prevede di poter registrare?

In parole povere, possiamo evitare come Stato di sperperare denaro pubblico per sostenere “carrozzoni” oramai fuori mercato e, dopo un’attenta valutazione di fattibilità e un’accurata analisi del possibile rapporto costo-benefici, sostenere, sia finanziariamente che tecnicamente, nuove iniziative capaci di dar vita a mercati innovativi in grado di creare valore e occupazione?

Dino Biselli

 

P.S.: Come i più attenti avranno notato non sono né un medico, né un biologo, e nemmeno un biotecnico. Se qualcuno notasse delle incongruenze me lo segnali pure: sapendo di non sapere, ogni conoscenza nuova è sempre una nuova scoperta

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