Ancora biotecnologie: stanno arrivando gli organi bionici

 

Quando ero bambino in TV veniva trasmesso un telefilm dal titolo “L’uomo da sei milioni di dollari”, che raccontava le vicende di un ex ufficiale dell’esercito americano dotato di arti e organi bionici (nello specifico gambe, braccio destro e occhio sinistro). Ad essere onesti il telefilm non era fra i miei preferiti, ma comunque il fatto che il protagonista fosse un “uomo bionico” era allora un motivo più che sufficiente per tenermi incollato allo schermo. Ricordo ancora quanto avrei voluto avere delle gambe capaci di correre così veloci e quell’occhio in grado all’occorrenza di offrire la vista di un mirino di precisione pari a quello di un fucile da cecchino.

All’epoca (parliamo di circa un quarto di secolo fa) pensare alla sola possibilità che in futuro arti bionici di quel tipo fossero stati impiantati nel corpo di un individuo e poi utilizzati come quelli normali significava veramente parlare di fantascienza. Ma oggi, con la rapida e stupefacente evoluzione tecnologica della robotica e i frutti delle continue ricerche in ambito neuroscientifico, questi nuovi arti artificiali diverranno presto disponibili.

Non si tratta di semplici protesi, anche se lo sviluppo di nuove soluzioni e di nuovi materiali già oggi permettono attività e prestazioni assolutamente inimmaginabili fino a qualche anno fa (le gare delle paraolimpiadi di Londra 2012 sono la testimonianza più recente e più lampante dell’efficacia e dell’efficienza delle protesi oggi disponibili), ma di arti meccanici pienamente integrati nel corpo umano collegati al sistema nervoso centrale e quindi controllati direttamente dal cervello umano.

Per quello che riguarda la robotica, ad oggi non sembrano più esserci limiti a quello che si può inventare e replicare: il robot ASIMO prodotto da Honda può (cito da Wikipedia) “camminare, correre, ballare, salire e scendere le scale, stare in equilibrio su una gamba e giocare a calcio; giocare anche a baseball e a bowling. Inoltre riesce a riconoscere le persone, salutarle e chiamarle per nome, seguire oggetti in movimento e spostarsi nella direzione indicata”. La NASA, in collaborazione con la General Motors, ha sviluppato un automa antropomorfo chiamato Robonaut 2 il cui scopo è dare assistenza agli astronauti nel portare a termine mansioni particolarmente pericolose. La particolarità di questo robot sta nella flessibilità e nella realisticità delle sue braccia e soprattutto delle sue mani, tanto da essere dotato addirittura del senso del tatto.

Le vere difficoltà, le cui soluzioni sono attualmente in fase di sperimentazione e forse in qualche caso anche di applicazione, sono relative alla connessione di queste dispositivi bionici con il sistema nervoso: solo così sarà possibile superare la barriera che divide la categoria delle protesi da quella degli organi bionici. La ricerca medica in questo campo sta facendo enormi progressi e, talvolta, ottenendo qualche risultato incoraggiante, come testimoniato dalla notizia apparsa nel febbraio scorso qui riportata (Ricerca: mano bionica made in Italy con senso del tatto, impianto entro l’anno), ma deve ancora compiere ulteriori passi avanti. Avere impiantato un arto artificiale pienamente controllabile dal pensiero umano significherebbe il ritorno ad una vita pressoché normale per molte persone disabili oggi costrette a delle pesanti limitazioni strutturali e sociali, con benefici derivanti non solo dalla loro ritrovata produttività, ma anche dal recupero dei costi di socialità persa.

E poiché anche questo campo rientra nelle biotecnologie, e l’Italia non solo ha degli ottimi professionisti e ricercatori in ambito medico/chirurgico ma anche una riconosciuta tradizione nel campo della robotica e dell’informatica, occorrerebbe anche in questo caso fare una scommessa: puntare forti investimenti in ricerca e in produzione in modo da avviare una nuova filiera che coniughi insieme medicina, ingegneria e scienze dei materiali. Lascio immaginare l’impatto su occupazione, reddito, ritorno sugli investimenti effettuati e, perché no, fiscalità generale.

Per tutti i “treni” che questo paese ha perso nel corso degli ultimi anni, ce ne sempre stato uno pronto a partire: per una volta sarebbe ora di posizionarsi sulla locomotiva e non correre sulla banchina dietro all’ultimo vagone come l’ultimo degli attardati passeggeri.

Dino Biselli

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