Il Business a rete

 

Un paio di giorni fa, mentre stavo compiendo la mia quotidiana rassegna in ricerca di opportunità lavorative, mi sono imbattuto in un post scritto da Salvatore Ruggero, CEO di Merqurio, sul blog “Mercato Farmaceutico” incentrato sull’evoluzione dei modelli di business (la sintesi del modello di business della Ryanair e il suo confronto con quelli delle altre compagnie aeree europee è una delle migliori che ho letto in proposito) e di come il settore farmaceutico debba porsi delle questioni sul questo tema in relazione alle trasformazioni che esso sta subendo negli ultimi anni.

La lettura di questo intervento mi ha fatto iniziare a riflettere sul tema e mi ha riportato alla mente parte del contenuto del libro “L’era dell’accesso” di Jeremy Rifkin. Uno dei fili conduttori di questo libro è la smaterializzazione delle aziende, la ricerca da parte loro di liberarsi del fardello della proprietà diretta dei beni di produzione produttivi e il loro sempre maggior ricorso a beni presi in affitto, in leasing o la cessione in outsourcing di interi settori aziendali.

Uno degli esempi riportati da Jeremy Rifkin che mi ha affascinato molto è quello relativo all’evoluzione dell’industria cinematografica, il cosiddetto “Modello Hollywood“: un settore originariamente basato su una struttura fortemente gerarchica che controllava ogni aspetto produttivo dalla scelta del soggetto alla distribuzione, nel corso degli anni ha modificato ed adattato la propria struttura sia alle mutate condizioni del mercato sia alle variate esigenze del pubblico, dando vita ad un sistema di produzione a rete, con i grandi studios che hanno assunto oramai il ruolo di finanziatori di produttori indipendenti, i quali in cambio cedono ad esse i diritti di distribuzione del prodotto nelle sale cinematografiche, in televisione e su di ogni altro dispositivo. Un prodotto cinematografico in pratica è il risultato della collaborazione di tante piccole realtà, individuali o societarie, ultraspecializzate che combinano il loro lavoro e il loro know-how per la realizzazione di un singolo progetto, senza quindi essere sottoposte ad alcun vincolo di rapporto futuro, ed è reso possibile dal finanziamento delle grandi major le quali lo immettono nel settore della distribuzione dopo averci posto sopra il loro marchio. Tale modello di produzione a rete è ancora oggi quello seguito dalle grandi multinazionali, ed è quello che sta permettendo il passaggio da un mercato basato sulla vendita di beni e servizi, ad uno che si fonda sul tentativo di rendere oggetto di scambio intere aree dell’esperienza umana.

Tali considerazioni mi hanno indotto a riflettere su quale sia oggi la realtà del settore farmaceutico, soprattutto in Italia. Anche nel pharma alcune funzioni aziendali, come l’IT, parte della ricerca, parte della produzione, alcune funzioni amministrative e più recentemente la gestione delle reti vendita e di promozione sono state cedute in outsourcing, o sono state oggetto di contratti stipulati con aziende terze, sia con carattere continuativo sia a singolo progetto, o ancora affidate a consulenti non integrati nella realtà aziendale. Tuttavia, ho l’impressione che a tutt’oggi molte delle grandi aziende continuino a controllare in maniera diretta tutte le fasi del processo produttivo, vuoi attraverso la gestione “in casa” delle attività, vuoi ricorrendo a società specializzate che comunque sono parte integrante del gruppo e lavorano, nella maggior parte dei casi, in via esclusiva per esso. Il ricorso alla rete quindi mi pare essere una scelta sussidiaria e non di sistema, nonostante esista comunque un fitto network di aziende che lavorano per conto terzi e che rappresentino oggi una risorsa irrinunciabile per l’industria farmaceutica.

Eppure nel corso di questi anni ci sono stati studi (dei quali uno condotto da McKinsey ma purtroppo non è più possibile individuare il link) che hanno sostenuto come l’applicazione decisa di un modello di business a rete rappresenterebbe un occasione epocale per le aziende farmaceutiche. In pratica, in esso si sostiene che tutto il processo produttivo, dalla ricerca della molecola fino all’immissione in commercio, possa essere gestito da produttori indipendenti (che collaborano fra loro ognuno per quel che riguarda la propria competenza), e che il ruolo delle  aziende farmaceutiche sarebbe quello di finanziare tutto o parte del processo in cambio della titolarità del brevetto e di tutti i vantaggi che derivano da ciò.

L’applicazione di tale modello permetterebbe alle aziende farmaceutiche di diventare ancora più snelle di quanto lo siano attualmente e di poter rispondere in maniera efficace ed efficiente alle necessità del mercato e delle sue evoluzioni e al cambio di paradigma che sta vedendo la ricerca farmaceutica impegnata più sulla persona che sulla patologia, creando così nuovi spazi di business e di profittabilità. Nascerebbero nuove realtà imprenditoriali impegnate nella fornitura di servizi sempre più specializzati e mirati sulle esigenze dell’azienda committente, e di conseguenza un rinnovato impegno da parte di tutta la filiera a perseguire soluzioni che permettano al paziente di ottenere cure efficaci e di qualità con costi inferiori per il sistema sanitario.

Dino Biselli

N.B.: Poiché sono un profano del tema, chiederei a chi ha una maggiore esperienza in questo ambito di poter commentare, rettificare, criticare… ed eventualmente riportare esempi reali di come stiano evolvendo sia il mercato che le aziende farmaceutiche.

Rispondi