Il mio scenario sulla futura dispensazione dei farmaci

 

Nella mia quotidiana attività di ricerca lavorativa mi avvalgo principalmente di LinkedIn e delle funzionalità che esso mette a disposizione (devo dire che fino a questo momento i riscontri non sono stati particolarmente incoraggianti ma la speranza è l’ultima a morire), in particolare dei gruppi e delle possibilità da essi offerte.

Fra i gruppi ai quali sono iscritto ci sono anche quelli dedicati alla ricerca di lavoro e in molti di questi ho sempre trovato numerosi interventi e annunci dedicati alla ricerca di Informatori Scientifici del Farmaco. La figura dell’ISF è stata oggetto di un forte ridimensionamento negli ultimi anni, ma a quanto pare sembra ancora essere abbastanza richiesta anche se le numerosità degli addetti è notevolmente diminuita dall’inizio degli anni 2000.

Ciò significa che le aziende farmaceutiche stanno costantemente adeguando la loro forza vendite ai continui mutamenti del mercato e del sistema sanitario nazionale. Partendo da questa considerazione, mi sono ritrovato a pensare su come in un prossimo futuro potrebbe cambiare lo scenario della sanità italiana nell’ambito della dispensazione dei farmaci, in particolare per quelli ricompresi nella classificazione A o H di rimborsabilità, e a quali vincoli dovranno attenersi i soggetti e le istituzioni del SSN atte a questo compito.

Il Servizio Sanitario Italiano è sottoposto ad una costante attenzione, soprattutto in relazione ai costi del sistema. Lo Stato ha intenzione di limitare il costo generale del SSN e nel fare ciò nei prossimi anni sicuramente interverrà nuovamente sulla spesa farmaceutica convenzionata, ma questa volta potrebbe agire con modalità differenti rispetto al passato. Ciò potrebbe accadere non ricorrendo più alla solita riduzione della percentuale massima di spesa convenzionata sulla spesa sanitaria totale. Una delle ipotesi che ritengo plausibile è quella che si vada verso un sistema dove i protocolli di cura siano iper-regolamentati, e dove per ognuno di essi l’eventuale impiego di farmaci che possono dare diritto alla rimborsabilità (al massimo 2 prodotti alternativi per l’impiego previsto in protocollo) sia indicato dalle ASL (se non dalle Regioni). Al contrario, nel caso il medico (MMG o specialista che sia) dovesse prescrivere un farmaco diverso da quello indicato dal protocollo, il paziente (o la struttura nel caso di A.O.) non avrebbero diritto alla rimborsabilità, a meno che non stabilite delle eccezioni in proposito.

In tal modo la discrezionalità prescrittiva del medico verrebbe pesantemente limitata; l’iscrizione del farmaco ai vari prontuari avrebbe il valore di mero accreditamento per poter accedere ad un successivo passaggio, che possiamo chiamare “gara di appalto per l’assegnazione al protocollo”: in pratica un farmaco, e solo quel farmaco, sarebbe assegnato ad uno specifico protocollo attraverso una gara di appalto pubblica, e ciò avverrebbe tenendo conto di appositi parametri quali l’aderenza alla terapia, i costi-benefici, ecc… L’appalto di fornitura avrebbe una durata prestabilita in modo da permettere all’azienda farmaceutica venditrice un’adeguata programmazione dei suoi investimenti e all’ente appaltante di monitorare e valutare adeguatamente l’economicità della scelta effettuata e il raggiungimento dei risultati clinici attesi.

Ignoro se ad oggi una procedura di “gara di appalto” che abbia per oggetto farmaci rimborsabili dal SSN come quella sopra descritta sia già impiegata nell’ambito del SSN. Sta di fatto che la sua adozione sistematica (il che non significa la totalità dei protocolli, ma la maggioranza di essi) rivoluzionerebbe le strategie di promozione e vendita del farmaco di classe A e H finora messe in atto dalle aziende farmaceutiche, costringendole a concentrare la loro attenzione più sugli organi incaricati dell’assegnazione dell’appalto e sulla preparazione delle gare piuttosto che sul singolo medico. La figura dell’ISF potrebbe sopravvivere ma il suo ruolo sarebbe molto depotenziato, mentre le figure di KAM, RAM, LAM, e l’ambito del Market Access in genere, assumerebbero una centralità ancora più marcata rispetto a quella detenuta attualmente.

Tale scenario consentirebbe al SSN di sopportare costi minori rispetto agli attuali (in quanto le aziende per vincere l’appalto dovrebbero certamente limitare il prezzo da loro richiesto). Tuttavia, per contro, le aziende farmaceutiche sarebbero costrette ad effettuare una profonda ristrutturazione della propria forza vendite con conseguenti impatti sull’occupazione e quindi sull’economia e sulla società.

Insomma bisognerebbe valutare attentamente sia i pro che i contro che tale innovazione porterebbe in ambito sanitario e farmaceutico, considerazione che andrebbe fatta ogni qualvolta si vogliano effettuare modifiche epocali.

N.B.: Quella sopra esposta è solamente un’ipotesi effettuata da un profano con qualche limitata conoscenza del Sistema Sanitario Nazionale. Qualsiasi critica, opinione, alternativa (e magari qualche pillola di certezza in questo mare di ipotesi) sarebbe assolutamente la benvenuta

Dino Biselli

2 thoughts on “Il mio scenario sulla futura dispensazione dei farmaci

  1. Gentilissimo,

    quello che Tu definisci ipotesi futura è già una realtà.
    A livello ospedaliero esistono da anni i PTO, redatti sulla falsa riga dei PTOR (regionali) e PTOP (provinciali) che incanalano la prescrizione degli specialisti sulle molecole presenti nei prontuari sia nell'utilizzo in reparto che in fase di dimissione. Come hai giustamente scritto, per quanto riguarda il marchio commerciale presente nel PTO, dipende da chi si è aggiudicato l'asta, cioè da chi ha praticato il prezzo più basso. Attualmente la fanno da padroni i generici.
    Sul territorio la convenzione dei MMG è meno vincolante sulla scelta dei farmaci, tuttavia il medico di base è obbligato per legge a riportare sulla ricetta del SSR (ricetta rossa) il nome del principio attivo se trattasi di farmaco a cui è scaduto il brevetto, poi è il paziente che decide se prendere il farmaco di marca che richiede il pagamento di un ticket o il farmaco generico a più basso costo che non richiede nessun ticket. Anche il farmacista dispensatore ha l'obbligo di informare il paziente in questo senso. Se non bastasse le ASL per incrementare l'uso dei generici coinvolgono i MMG in accordi aziendali per il raggiungimento di obiettivi di risparmio sulla spesa farmaceutica.
    Detto questo, anch'io sono convinto che la realtà di mercato attuale imponga alle aziende farmaceutiche lo sviluppo di figure professionali con competenze diverse per interagire con target diversi: i MMG, gli specialisti ospedalieri, i KOLs e le società scientifiche, i decisori di spesa a livello di ASL, i responsabili delle politiche del farmaco a livello regionale, i farmacisti ospedalieri e territoriali.

    Cordialmente
    Franco Paesini

  2. Gentile Dottor Paesini,

    la ringrazio per il suo preziosissimo contributo. Dal suo interventi si può quindi arrivare alla conclusione che le aziende farmaceutiche sono in ritardo nell'adeguamento della loro rete di promozione non solo nel settore dell'off-patent, ma anche per quel che riguarda i farmaci in-patent.

    Per quel che riguarda la distribuzione territoriale ho evitato di riportare nel mio post la descrizione dettagliata da lei così gentilmente fornita e che costituisce un'ottima integrazione al mio intervento. Dal mio punto di vista, per quel che riguarda la dispensazione territoriale dei farmaci etici, coloro che hanno assunto una crescente influenza in questo processo sono i farmacisti e non solo per il loro dover informare il cittadino-acquirente dell'eventuale esistenza di un farmaco generico per un dato principio attivo, ma anche perchè essi hanno una maggiore quota di spettanza di filiera relativamente alla vendita di farmaci generici.
    Ciò che mi fa ritenere che il sistema delle aste sarà entro breve tempo utilizzato anche per la distribuzione territorale in ambito in-patent è la necessità di trovare una soluzione al grosso problema relativo al trattamento dei pazienti cronici. Soluzioni attualmente in sperimentazione in alcune regioni, come ad esempio in Lombardia con i CReG, potrebbero rendere necessario una rigida protocolizzazione delle terapie, mutuando così l'esperienza già acquisita in ambito ospedaliero (da lei così ben descritta).
    Da qui la necessità da parte delle aziende pharma di essere pronte ad adeguare al più presto la loro forza vendite e la loro struttura informativa.

    La ringrazio nuovament per il suo intervento e spero di ricevere ancora suoi contributi da condividere.

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