La scommessa delle biotecnologie nel settore farmaceutico

 

Sempre alla ricerca di nuovi canali che mi consentano di rendere il più breve possibile questo mio periodo di disoccupazione, sono andato su Google alla ricerca di start-up nel campo delle biotecnologie, e devo dire che mi si è aperto un mondo che pensavo essere meno dinamico di quello che è in realtà. Sapevo di già, attraverso le informazioni che ogni tanto filtrano attraverso i siti web o la tv, che il settore biotecnologico in Italia, come in altri paesi avanzati, fosse in espansione; ma ad essere onesti ne ignoravo le dimensioni. E in questa nuova frontiera (che poi non è più così tanto nuova) il settore medicale, e in esso soprattutto quello farmaceutico, gioca un ruolo di assoluto protagonista.

Al contrario di quanto si possa pensare, le vere protagoniste del settore biomedicale non sono le Big Pharma, ma tante piccole e piccolissime (se non microscopiche) realtà che svolgono un importantissimo ruolo in fase di discovery, ognuna specializzata nella sua nicchia di mercato.

Dalla lettura del “Rapporto sulle biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2013” stilato da Ernst&Young, si evince che le aziende biotech del farmaco sono un totale di 175, di cui 114 sono realtà di piccole dimensioni, 29 di dimensioni medie mentre 32 sono grandi aziende. Il loro fatturato complessivo è pari 6.052 milioni e gli investimenti in ricerca e sviluppo sono pari a 1.410 milioni, con un numero di addetti per questa determinata funzione pari a 4.846. L’incremento del fatturato sull’anno precedente è stato del 5.5%, mentre quello degli investimenti in R&S è stato del 3.1%.

Per contro si è registrato un calo del 4.1% del numero di aziende e dello 0.8% del numero di addetti. A livello territoriale, la maggioranza di esse è concentrata in cinque regioni: Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana, mentre a livello di area terapeutica l’ambito oncologico e quello più avanzato in assoluto, con 158 progetti in fase di sviluppo su un totale di 359.

Questi pochi dati danno una prima idea della vitalità del settore, capace di resistere, nonostante la sua fragilità, alla profonda crisi economica che sta caratterizzando questi ultimi anni, ma dimostrano anche l’importanza che esso ha nella filiera del farmaco in relazione non solo all’innovatività e alla complessità dei farmaci da esso prodotti, ma anche per la loro capacità di “sgravare” le Big Pharma di rischiose e costose attività di ricerca, il tutto nell’ottica di quel business networking  che è stato oggetto di un mio precedente post.

Ma i dati fanno capire anche che, nonostante tutte le difficoltà del sistema universitario italiano, della burocrazia e del sistema fiscale, è ancora possibile fare ricerca in Italia e creare valore per l’intera economia. Nel medesimo rapporto stilato nel 2012, si evidenziava che il settore dei farmaci biotech italiani si posiziona al terzo posto in Europa dietro a Germania e Regno Unito.

Tuttavia, occorre che il settore sia sostenuto in modo che si consolidi e diventi un forte generatore di valore e di occupazione altamente specializzata attraverso la diminuzione del carico burocratico, la messa in atto di misure che favoriscano il credito, l’adozione di un iter più rapido per l’immissione in commercio dei farmaci biologici, un miglior collegamento fra università e impresa e una migliore selezione dei talenti nell’ambito della ricerca.

Alcuni di questi interventi sarebbero a costo zero e di rapida adozione, mentre altri richiederebbero il reperimento di fondi e delle azioni di lungo periodo. Anche in questo caso, invece che impiegare tempo e risorse preziose nel salvataggio di aziende decotte in settori oramai maturi non sarebbe il caso di guardare avanti e scommettere ancora di più sul biomedicale?

Dino Biselli

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