Cure primarie in UK: pillole sulla riforma sanitaria

 

Il 1° aprile di quest’anno in Inghilterra è entrata in vigore la nuova riforma sanitaria fortemente voluta dal Primo Ministro David Cameron, per mezzo della quale il National Health Service ha subito un cambiamento epocale tale da modificarne in profondità la struttura e i processi ad essa connessa, soprattutto per quel che riguarda l’assistenza primaria.

Infatti, il precedente sistema di governance dell’intero sistema si basava su 10 Strategic Health Autorities, incaricate della gestione e del governo del NHS a livello locale attraverso la predisposizione degli Health Improvement Programmes e il monitoraggio dei rapporti fra i Trust (ospedali) della secondary care e i Primary Care Trusts (PCTs). I PCTs erano degli aziende sanitarie locali il cui scopo era quello di garantire l’accesso a tutti i servizi sanitari necessari a favore di tutti i cittadini ricompresi nel loro territorio. Il loro numero era pari a meno di 300 e all’interno di ognuno di essi operavano, e venivano coordinati, più GPs (General Practitioners), vale a dire i medici generici, insieme a personale infermieristico e terapisti, oculisti, dentisti e farmacisti allo scopo di offrire l’assistenza sanitaria globale per il loro territorio di riferimento. Accanto ai PCTs erano stati anche istituiti i Walk-in Centres, in cui venivano impiegati infermieri specializzati e che offrivano informazioni e assistenza sanitaria su patologie o lesioni non gravi, e il NHS Direct, vale a dire un servizio telefonico attivo 24h su 24 a cui rispondono infermieri professionali che fornivano informazioni e consigli relativi alla salute.

Con al nuova riforma, le Strategic Health Autorities e i Primary Care Trusts sono stati aboliti a partire proprio dal 1° aprile, e gli stessi PCTs sono stati sostituiti da 211 consorzi di GPs che prendono il nome di Clinical Commissioning Groups (CCGs). Questi ultimi sono organizzazioni private a pieno titolo alle quali saranno versati i 65 milioni di sterline di fondi pubblici (pari a circa il 70% dell’intero budget annuale della sanità inglese). Attraverso questi fondi, i singoli CCGs dovranno finanziare sia le attività dei GP’s sia i servizi che essi offriranno ai loro pazienti per mezzo dei provider ai quali saranno commissionate le prestazioni (cure domiciliari, specialistica e ospedaliera).

Anche senza analizzare altri punti altrettanto importanti di questa riforma (come ad esempio la privatizzazione dei Trust ospedalieri), dalla sommaria descrizione sopra fornita riguardante le sole cure primarie si può comprendere il terremoto che essa ha generato in questi mesi e iniziare a riflettere di come potrebbe evolvere questo sistema nel prossimo futuro. Ciò che invece rimane immutato è il finanziamento dell’intero sistema che avverrà ancora attraverso la fiscalità generale.

Non ho né le competenze né la posizione per poter esprimere un giudizio di merito sull’organizzazione scaturita dalla riforma delle cure primarie, ma di certo questo nuovo modello presenta alcuni punti di criticità che solo con la sua applicazione nel corso del tempo potrebbero essere eventualmente individuati e corretti: gli eventuali rischi di conflitto d’interessi fra i provider (che per legge possono essere anche privati) e i singoli GPs come potrebbero essere scoraggiati?

Poiché il budget della sanità subirà ulteriori tagli nei prossimi anni, i CCGs riusciranno a garantire l’universalità del modello? E cosa succederebbe se la quota di finanziamento assegnata ad un singolo CCGs non fosse in grado di garantire la copertura sanitaria dei cittadini che si rivolgono ad esso? Poichè ogni CCGs sarà autonomo nella scelta dei providers, ciò non rischia di causare un aumento dei costi delle forniture in assenza di gare che coinvolgano più consorzi contemporaneamente?

Spero e penso che il nuovo sistema inglese alla fine possa anche funzionare, magari con l’aggiunta di qualche correttivo, ma di certo al momento (e anche nel prossimo futuro) non lo importerei nel nostro SSN (anche se più di un pensierino su una diversa distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni da quella attualmente in vigore non incontrerebbe la mia contrarietà). Ma questa è solo una mia opinione.

Detto questo, è notizia di questi giorni che le Regioni italiane hanno convenuto su una bozza di atto di indirizzo che sarà la base di discussione per il rinnovo delle convenzioni dei medici di base con il servizio sanitario nazionale. Ciò naturalmente sta generando un confronto fra le rappresentanze dei MMG e le Regioni, ma oramai la strada pare segnata: entro un lasso di tempo relativamente breve entrerà in vigore la riforma Balduzzi che prevede l’istituzione di Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) o di Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP). Per una volta penso che sia il caso di proseguire per la nostra strada, adottando con coerenza un nostro modello per un periodo di tempo congruo al fine di valutarne i risultati, senza lasciarsi trascinare da nuovi modelli elaborati fuori dai nostri confini che magari possono apparire affascinanti ma risultare non compatibili con la realtà culturale ed economica del nostro paese.

Dino Biselli

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