Le principali patologie mortali ed invalidanti e la loro percezione

 

Oggi come prima cosa permettetemi di ringraziare il Dottor David Vittoria per la sua continua attività di condivisione di proposte e documenti (effettuata tramite i gruppi di LinkedIn a cui è iscritto) che altrimenti continuerebbero ad essere non raggiungibili e non conosciuti ai più. In particolare, lo ringrazio per aver condiviso il Rapporto Meridiano Sanità 2013 redatto dalla European House Ambrosetti che, per mia grossa mancanza, non era finora stato oggetto della mia attenzione.

Purtroppo non sono ancora riuscito a portare a termine la lettura dell’intero documento, ma già il primo capitolo, dedicato al contesto demografico ed epidemiologico, offre degli interessanti spunti di riflessione circa il trend delle patologie oggi più prevalenti da qui al prossimo futuro, tenendo conto che il costante invecchiamento della popolazione, senza una perdurante attività di ricerca su nuovi trattamenti e protocolli di cura, e, soprattutto, senza un potenziamento continuo dell’attività di prevenzione, determinerà inevitabilmente un aumento della mortalità negli anni a venire.

Analizzando le macrocategorie epidemiologiche riportate nel documento, questa considerazione, in apparenza banale, trova una sua conferma nell’analisi svolta riguardo le malattie del sistema cardiocircolatorio. Infatti, nonostante queste malattie risultano ancora essere annualmente la principale causa di decesso in Italia (220.539 casi nel 2010 pari al 38% del totale dei decessi), le morti annuali dovute a patologie cardiocircolatorie hanno conosciuto una netta diminuzione, soprattutto se confrontate con i dati relativi al 1980 (263.834 casi, con un delta negativo pari a 43.295 unità nel corso degli ultimi 30 anni). E’ vero che in moltissimi pazienti, una volta trattata la fase acuta della patologia, si è verificata la cronicizzazione della stessa, ma non c’è dubbio che l’opera di prevenzione primaria svolta in tutti questi anni e i successi nella ricerca di nuove terapie farmacologiche e nuove innovazioni tecnologiche hanno certamente contribuito a far sì che il numero di decessi annuali calasse nel corso degli ultimi dieci anni.

La seconda causa di mortalità annuale in Italia (174.472 casi nel 2010 pari al 30% del totale dei decessi) è quella delle malattie tumorali, che negli ultimissimi anni sta conoscendo un limitato miglioramento, ma che in realtà nel 1980 vedeva un numero di decessi annuali molto inferiore (122.884 con un delta positivo di 51.588 unità). Comunque anche in questo caso gli investimenti effettuati in prevenzione primaria, diagnosi precoci e trattamenti innovativi stanno permettendo di raggiungere dei risultati importanti sulla sopravvivenza dei pazienti, anche per coloro a cui è stato diagnosticato un tumore nella terza età.

Tuttavia, secondo quanto rilevato dall’indagine condotta da DEMOS per conto di ATBV, al contrario di quanto sopra riportato, le malattie che destano maggiore preoccupazione nei cittadini sono quelle tumorali (54%) seguite dalle malattie neurologiche e psichiatriche (19.5%). Le malattie cardiovascolari (Ictus cerebrale e Infarto) sono segnalate al terzo posto di questa speciale classifica con il 18% dei casi. 

La spiegazione di questa incongruenza può essere ricondotta a vari fattori: la crescita dei casi di tumore negli ultimi 30 anni e la relativa attenzione ad essi dedicata dai mezzi di informazione; la maggiore informazione che negli ultimi anni ha riguardato patologie quali morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer, SLA, etc; ma anche ai risultati positivi raggiunti dal trattamento di alcune malattie cardiovascolari (l’innesto di uno o più bypass o il trapianto di cuore sono viste ancora come operazioni “importanti”, ma oramai considerate dalla popolazione quasi di routine).

Tuttavia, è importante che si mantenga alta l’attenzione dell’opinione pubblica anche sulle malattie cardiovascolari e sulla loro prevenzione, in quanto alcune patologie ricomprese in questa categoria (tipo l’ictus) se non diagnosticate e curate in tempo possono causare la morte del paziente o una sua totale o parziale invalidità. Alcune di esse, inoltre, necessitano ancora di ulteriori ricerche per poter raggiungere gli obiettivi di una loro diagnosi sempre più precoce e di ulteriori miglioramenti delle cure farmacologiche e sanitarie. Ciò perché il progressivo invecchiamento della popolazione già ricordato in precedenza non aiuterà di certo a mantenere gli importanti risultati ad oggi raggiunti.

Dino Biselli

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