Organizzazione della rete ospedaliera e chiusura dei piccoli ospedali

 

Uno dei temi principali che ogni sistema sanitario deve affrontare e sottoporre ad una continua verifica è quello relativo all’organizzazione della propria rete ospedaliera. Esso infatti è un aspetto molto importante per gli impatti che può determinare sull’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure secondarie, sui costi per il sistema sanitario pubblico (con conseguente impatto sulla politica  fiscale e sulle finanze pubbliche), e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (in primis sul benessere generale e sugli aspetti occupazionali).

Per tali motivi, è abbastanza comprensibile che la proposta (l’ennesima) di chiudere o riconvertire 175 presidi ospedalieri dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti, contenuta nella bozza di Patto per la Salute presentato dal Ministero della Salute alle Regioni al fine di dare il via ad una trattativa sui contenuti di tale documento ed arrivare alla firma dello stesso, abbia incontrato non poche resistenze da parte degli assessorati regionali alla sanità e dei residenti delle zone ove sono collocate strutture ospedaliere con tali caratteristiche. Preoccupazioni e proteste del tutto comprensibili, come tuttavia è del tutto condivisibile lo sforzo di limitare lo spreco di risorse pubbliche attraverso una razionalizzazione del sistema.

D’altronde da qualche anno a questa parte le regioni italiane hanno gradualmente adottato o stanno per adottare un modello di organizzazione di tipo Hub & Spoke per la propria rete ospedaliera: questa modalità organizzativa, mutuata dall’aviazione civile commerciale e che vide le compagnie aeree concentrare la maggior parte delle loro rotte su di un singolo aeroporto, configura una chiara suddivisione delle funzioni e delle caratteristiche delle cure offerte da ospedali a maggiore intensità di cura o “centri di eccellenza” (Hub) e i presidi ospedalieri di supporto e di base (Spoke).

In pratica, i centri spoke svolgo la funzione di assistere i pazienti che non superino una determinata soglia di gravità clinico assistenziale: in caso contrario, essi provvedono ad inviare questi ultimi ai centri hub di riferimento allo scopo di sottoporre i pazienti a cure altamente specializzate in ragione della gravità della patologia da loro sofferta. Accanto a questo compito di “selezione”, i centri spoke sono incaricati anche del trattamento dei pazienti dimessi dai centri hub ma ancora bisognosi di assistenza a minore intensità. In tal modo, un singolo centro hub è in grado di offrire prestazioni altamente qualificate in una o più specializzazioni mediche, garantite dalla competenza clinica e l’efficienza operativa rese possibili dai loro volumi di attività. Proprio per questo motivo i centri hub sono pochi ed hanno un bacino di popolazione molto ampio (che a volte può essere pari a quello dell’intera regione, se non a quello dell’intera nazione) e sono in grado di assicurare dei trattamenti clinici omogenei che fanno riferimento a protocolli e linee guida stabilite a livello nazionale.

In altri paesi, l’adozione di tale modello ha permesso di verificare come effettivamente la concentrazione dei servizi sanitari ad alta complessità in un numero limitato di centri hub e la conseguente razionalizzazione del rapporto con i centri spoke abbia consentito di raggiungere importanti risultati in termini di efficienza, accessibilità ai servizi, qualità nell’assistenza e riduzione della frequenza di esiti avversi.

Partendo da queste considerazioni, penso che sia importante cercare di ridurre il numero di ospedali che non sono in grado di rispettare determinati criteri quantitativi (come peraltro da me sostenuto in alcuni dei miei precedenti interventi), ma anche che sia essenziale non fermarsi al solo dato numerico e valutare il ruolo che hanno queste strutture (soprattutto quello che sono di poco al di sotto della soglia dei 120 posti letto) nelle rispettive reti ospedaliere regionali. Ciò eviterebbe di dover rimettere mano a reti di assistenza ospedaliera ben congegnate come, ad esempio, quelle dell’Emilia-Romagna e della Toscana, e il verificarsi di criticità sull’offerta regionale di posti letto per acuti come potrebbe accadere in Lombardia (possibilità segnalata dal Dottor Fabio Fiorianello su quotidianosanita.it).

Dino Biselli

Fonti principali
Manuale di Economia Sanitaria – Riccardo Zanella – 2011 – Capitolo VI
La Stampa

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