Rilevazione ISTAT: cittadini, crisi e sanità

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Anche se la recente pubblicazione di alcuni dati economici sembra indicare la fine del calo del PIL a partire dall’ultimo trimestre 2013 e si abbia un unanime consenso sulle previsioni che vedono una (molto) flebile crescita della ricchezza prodotta per il 2014, la crisi economica sofferta in questi anni in Italia e gli effetti da essa derivanti hanno avuto forti risvolti sociali: in primo luogo sul tema dell’occupazione, ma anche, e in larga parte legata proprio a questo motivo, sulla capacità dei cittadini di rispondere ai propri bisogni di salute.

Devo ringraziare nuovamente il Dottor David Vittoria di aver condiviso su LinkedIn il report pubblicato dall’ISTAT intitolato “La Salute e il ricorso ai servizi sanitari attraverso la crisi” avendolo così portato a conoscenza dei più. I dati in esso contenuti non fanno altro che confermare come la crisi abbia inciso sulle modalità di accesso alle prestazioni sanitarie da parte del cittadino e su come abbia talvolta determinato la rinuncia ad ottenere una prestazione anche se considerata necessaria.

La rilevazione alla base del report è stata effettuata nel periodo che va da settembre e dicembre 2012 ed ha effettuato un confronto con quelli relativi al 2005. Da essa si ha un’ulteriore conferma di come stiano aumentando i malati cronici nella fascia più anziana della popolazione e di come ad un livello di scolarità più bassa corrisponda una peggiore condizione di salute. Viene inoltre confermato l’assunto che coloro che ritengono di avere risorse economiche familiari insufficienti dichiarano di godere di cattiva o pessima salute in misura maggiore rispetto a coloro che ritengono il loro reddito familiare di livello ottimo o adeguato (11,5% contro 5,3% della popolazione), con un divario maggiore nella fascia di popolazione più anziana (30,2% contro 14,8% in aumento rispetto al 2005 dove le percentuali erano rispettivamente del 28,6% e del 16,5%).

Interessante è il dato relativo alle visite mediche che vedono un loro aumento generalizzato, passando da 53,6 visite effettuate per 100 persone del 2005 a 60,3 per il 2012, dovuto soprattutto ad un maggior numero di visite effettuate dalla fascia di popolazione con più di 65 anni e residente nel Nord-Ovest del paese. L’aumento è dovuto quasi in egual misura sia alle visite generiche (31,6 del 2012 contro 28,4 del 2005) che a quelle specialistiche (28,9 contro 25). Va sottolineato che tutte le specializzazioni hanno conosciuto un incremento delle visite effettuate, tranne quelle odontoiatriche (-23,1%), che, pur rimanendo ancora quelle più numerose fra il totale delle specialistiche (il 16,4% del totale delle visite specialistiche), hanno visto scendere notevolmente il loro peso rispetto al 2005 (26,3%), e in misura molto minore le visite dietologiche (-9%). Il forte calo delle visite odontoiatriche, totalmente a carico del paziente, è più accentuato rispetto a quello registrato dalle visite a totale carico del cittadino relativo a tutte le altre specializzazioni (-11%).

Per quanto riguarda gli accertamenti diagnostici, mentre il loro numero totale è rimasto costante (26,6 per 100 persone nel 2012 contro 27,2 nel 2013), la quota di esami pagata per intero è aumentata fino a raggiungere la quota del 24,9% (mentre il 43,1% non ha pagato nulla e il 32% ha pagato il ticket). Il tasso di crescita della percentuale di coloro che hanno pagato interamente le analisi è stato pari al 19% rispetto al 2005 con una maggiore concentrazione soprattutto nel Centro e nel Sud Italia, dove ci sono le maggior parte delle Regioni a cui è stata imposta l’applicazione di un piano di rientro sanitario. Riguardo al capitolo ricoveri, in questo caso si è registrata una riduzione sia per quel che concerne il loro numero, in quanto al 2012 risultavano essere pari a 3,2 per 100 persone contro i 4,0 del 2005, sia per la quota di questi che è stata interamente pagata dal paziente, con una percentuale passata dal 5,6% del 2005 al 3,6% del 2012 (con un calo ancora più marcato per la fascia di popolazione con un  reddito familiare scarso o insufficiente).

Ma il dato più allarmante che è stato rilevato è quello relativo alla percentuale di rinunce a cure sanitarie e all’acquisto di farmaci effettuate nei precedenti 12 mesi: si va da una pressoché totale irrinunciabilità per gli interventi chirurgici (0,8% di rinunce), fino al 14,3% delle visite odontoiatriche, con nel mezzo le visite specialiste con un tasso del 7,7%, gli accertamenti diagnostici del 4,7% e l’acquisto di farmaci del 4,1%. Nel caso dei farmaci, il 75% delle rinunce ha riguardato prodotti non coperti dal SSN mentre il 25% sono dovute a ticket considerati troppo elevati. Prendendo in considerazione le prestazioni che dovrebbero essere garantite dal SSN, il 9% ha dichiarato di avere dovuto rinunciare a prestazioni considerate comunque necessarie, con una percentuale che è salita al 11% se vengono ricompresi anche i farmaci.

Maggiori informazioni e possono essere ottenute attraverso al lettura del report ISTAT a cui si può accedere attraverso il link fornito alla fine di questo post. Sta di fatto che partendo da questi numeri è possibile fare qualche considerazione: la crisi economica ha avuto un sensibile impatto sulle abitudini sanitarie della popolazione. Laddove possibile, si ricorre maggiormente al SSN rispetto a quanto succedeva in passato (tranne nel caso delle visite diagnostiche, dove le prestazioni a totale carico del cittadino aumentano per vari motivi quali l’aumento del ticket in alcune regioni o la presenza di liste di attesa troppo lunghe), e, di conseguenza, molto meno a quelle a totale carico del cittadino, soprattutto in campo odontoiatrico, Ma il fatto che circa l’11% della popolazione abbia rinunciato a trattamenti o farmaci che considerava importanti per la propria salute apre un’altra prospettiva: se il SSN in futuro non sarà più in grado di garantire alcune delle sue attuali prestazioni, di quanto potrebbe aumentare questa percentuale? Un’altra considerazione che mi viene in mente è la seguente: i dati riportati sono delle medie relative al periodo settembre-agosto del 2012, pertanto è possibile immaginare quale sia stata la loro ragionevole dinamica nel 2013, che come tutti sappiamo è stato un altro anno di dura recessione.

Dino Biselli

 

Fonti principali:
Istat

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