Piccolo suggerimento al governo che verrà

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Entro la fine della prossima settimana (forse) entrerà in carica un nuovo governo, questa volta guidato dall’attuale sindaco di Firenze. Il prossimo Presidente del Consiglio, come da lui dichiarato, pone come obiettivo temporale della sua azione governativa il raggiungimento della fine della legislatura: considerando che l’attuale Parlamento è entrato in carica da 11 mesi, questo intendimento dovrebbe permettere di studiare ed assumere tutti i provvedimenti necessari al rilancio della nostra economia attraverso un’opportuna programmazione.

Tralasciando ogni giudizio politico e morale, il nuovo governo si ritroverà comunque ad operare in un quadro economico ancora estremamente negativo, con un’oramai cronica assenza di crescita, alta disoccupazione e conti pubblici in disordine. E proprio alla vigilia della sua formazione, vorrei far presente come il settore farmaceutico e biotecnologico sia uno di quelli su cui far affidamento per far ripartire la nostra economia.

Già nei miei precedenti post “La crisi e il ruolo della produzione farmaceutica“, “La scommessa delle biotecnologie nel settore farmaceutico” e “L’occupazione nel settore farmaceutico” ho già fornito numeri, statistiche, previsioni di quello che a tutt’oggi è uno dei settori trainanti della nostra realtà produttiva sia per il fatturato sia per il numero di addetti in esso occupati (sia diretti sia appartenenti all’indotto). Occorre considerare che nel 2012 il solo settore farmaceutico (escluso quindi l’indotto) aveva un valore di mercato pari a circa 25 miliardi di Euro di valore*, pari a circa il 1,5/1,6% del PIL. Altri numeri significativi li potete trovare negli allegati dei post sopra segnalati, tutti in grado di dimostrare l’importanza di questo settore per l’Italia e la sua capacità di competere in Europa e nel mondo.

Occorre anche mettere l’accento sul contributo che il settore fornisce all’innovazione della nostra economia e al nostro tessuto sociale, attraverso una continua ricerca finalizzata alla scoperta di nuovi farmaci o metodi di cura, in collaborazione con università, centri di ricerca pubblici oppure con propri laboratori. Ciò ha un sicuro impatto sull’occupazione, soprattutto di personale qualificato, permettendo così l’assorbimento di laureati in materie scientifiche e tecnologiche (e non solo) di alta formazione, che altrimenti si vedrebbero costretti ad emigrare verso altri paesi, ed evitando il verificarsi di una perdita netta per la nostra economia sia a livello di conoscenze che a livello economico.

Poiché il settore farmaceutico è comunque uno dei pochi ad aver retto alla crisi, nonostante la profonda ristrutturazione a cui è stato costretto, e considerato il know-how presente nel nostro paese, perché non cercare di confermare questo nostro punto di forza concentrando su di esso investimenti e aiuti alla ricerca? Non si tratta di favorire una o più aziende, ma di rendere l’intero settore uno dei fattori portanti dell’intera economia nazionale: ben il 67% della produzione farmaceutica viene esportato (costituendo il 49% del totale delle esportazioni dei settori ad alta tecnologia) e questo dato è prodotto principalmente da filiali di grandi multinazionali straniere presenti sul territorio. Perché, nonostante crisi, ristrutturazioni, alta tassazione, il settore farmaceutico, al contrario di altri, è uno dei pochi che riesce ad attrarre investimenti esteri.

Detto tutto ciò, perché non far ripartire l’economia italiana da qui?

Dino Biselli

 

*Dato elaborato da Sextantfarma su fonte Nielsen

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