Nanomedicina: la frontiera dell’estremamente piccolo

La medicina personalizzata è la nuova frontiera verso la quale si stanno indirizzando tutte le grandi aziende farmaceutiche. Essa richiede e richiederà ancora forti investimenti in infrastrutture e in ricerca,  ma già oggi esiste una branchia della medicina che rappresenta una sua anteprima ed è letteralmente difficile da vedere poiché concentrata sull’estremamente piccolo: la nanomedicina.

La nanomedicina, riprendendo una semplice definizione da Wikipedia, non è altro che “l’applicazione medica delle possibilità derivanti dalle nanotecnologie”, capace proprio per questo di superare la distinzione normalmente esistente fra chimica, biologia e fisica, e questo proprio grazie al fatto di essere una tecnologia con dimensioni che si misurano in nanometri. Giusto per dare un riferimento di grandezza, il rapporto esistente fra il nanometro e il metro è il medesimo esistente fra il diametro di una pallina di tennis e quello della terra.

Partendo da questi presupposti è facile immaginare quali siano le enormi potenzialità offerte dalla nanomedicina. Già oggi esistono dei farmaci che nella loro composizione comprendono anche nanoparticelle (di varia natura: si va da grassi a polimeri organici e componenti di virus fino a veri e propri metalli) che fungono da “veicolo” al principio attivo del farmaco per poter così essere somministrato nel momento e nel punto più adatti al fine di ottenere la maggior efficacia possibile contenendo i rischi di reazioni avverse. Attraverso queste caratteristiche è possibile non solo controllare la solubilità e i tempi di rilascio, ma anche far effettuare un rilascio “multistadio” attraverso la “liberazione” un solo principio attivo in più fasi e in differenti situazioni oppure permettendo l’assunzione contemporanea di due o più principi attivi che in seguito possono venire rilasciati in momenti diversi uno dall’altro, andando a colpire le loro specifiche cellule-obiettivo.

Gli investimenti in ricerca per ottenere tali prodotti sono ingenti e richiedono l’impiego di personale altamente specializzato. Per le loro caratteristiche i pochi nanofarmaci esistenti (siamo sull’ordine di circa duecento) sono stati sviluppati in netta prevalenza in campo oncologico, vista la possibilità che essi hanno di poter penetrare nella massa tumorale e far agire il farmaco sulle cellule malate. E nonostante ci siano ancora alcune problematiche relative alla loro sicurezza in un ottica di lungo periodo che sono attualmente oggetto di studio (in particolare la valutazione degli effetti di una possibile dispersione di aggregati molecolari o di ioni metallici) sta conoscendo una crescita considerevole.

Ma la nanomedicina non si limita al solo settore farmaceutico: essa offre delle grandi possibilità anche in campo diagnostico, attraverso lo sviluppo di nanoparticelle che consentano alle sostanze usate come mezzo di contrasto di essere più efficaci, oppure espulse più facilmente e con minori problemi di tossicità, oppure ancora usando le stesse nanoparticelle come veri e propri catalizzatori capaci di far rilasciare al sangue e alle cellule infette dei veri e propri biomarcatori tumorali.

E nel prossimo futuro l’evoluzione tecnologica sarà in grado di superare la fantascienza attraverso la creazione di piccoli “nanorobot” in grado di individuare e distruggere batteri e virus o di eliminare cellule tumorali ancora prima che si possano diffondere e addirittura trattare la superficie di oggetti in metallo, ceramica o plastica in modo che vengano riconosciute come organiche dalle cellule tessutali in modo da rendere più facile l’incorporazione di protesi da parte dell’organismo.

Da tutto ciò si può facilmente prevedere che la nanomedicina, da nicchia altamente specializzata che richiede lo sviluppo di ricerca e tecnologia di alto livello, nei prossimi anni diventerà uno dei mercati più dinamici ed attivi dell’intero panorama farmaceutico mondiale, costituendo una stimolante sfida per tutti i paesi che fanno della ricerca scientifica e del progresso tecnologico la propria bandiera. Per tale motivo è importante che il nostro sistema-ricerca sia preparato ad affrontare questa nuova competizione se non si vuole essere relegato ad un ruolo di secondo piano e continuare ad assistere anche nei prossimi anni alla “fuga di cervelli”.

Dino Biselli

 

Fonti principali
Il Sole 24 Ore
Wikipedia
Focus – Maggio 2014

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