Alcuni aspetti sulla diffusione dell’ICT nella sanità italiana

Eppur si muove. Anche se lentamente e non senza difficoltà, la diffusione della digitalizzazione nella sanità pubblica sta gradualmente prendendo piede, anche se permane la sensazione che sul tema si facciano ancora più studi e convegni che passi concreti. Tuttavia, come reso noto durante il convegno “Innovazione Digitale in Sanità: dai patti ai fatti” dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, nel 2014 si è assistito ad un aumento degli investimenti in digitalizzazione sanitaria del 17%, consentendo a questi ultimi di raggiungere una quota pari a 1,37 miliardi di Euro. Tali dati, seppur positivi, non possono essere considerati particolarmente esaltanti in quanto il totale degli investimenti  in digitalizzazione hanno raggiunto il livello già registrato nel 2010, e perché rappresentano solamente l’1,3% dell’intera spesa sanitaria pubblica.

Eppure la “diagnosi” su quali siano i problemi che non permettono una rapida diffusione della digitalizzazione nell’ambito della sanità pubblica è perlopiù la medesima fra tutti gli attori coinvolti: dalle istituzioni, nazionali e regionali, ai responsabili delle aziende sanitarie, alle aziende ITC che operano nella campo della e-health. A fronte di alcune esperienze condotte con successo da alcune regioni e di progetti che gradualmente si stanno diffondendo in tutta Italia come il Fasciolo Sanitario Elettronico (FSE), il quadro dell’e-health a livello nazionale è tuttora molto frammentato:  sia a livello normativo, talvolta non coerente nella regolamentazione dei rapporti tra la sanità pubblica e il mercato dell’Information Technology, sia a livello di processi e standard di riferimento utilizzati per lo svolgimento delle medesime attività ITC in ambito digitale, il più delle volte differenti da Regione a Regione (se non da Asl ad Asl).

Anche alcune delle principali società di ICT pubbliche e private attive nello sviluppo del digitale in sanità hanno affrontato questa tematica attraverso la redazione di un manifesto “Il Made in Italy per la Sanità Digitale” presentato a Roma durante una conferenza  stampa che si è tenuta giovedì 7 maggio. Per mezzo di questo documento i player attivi nell’ICT sanitario pongono l’accento sulla necessità di:

  • diffondere la cultura digitale lungo tutta a filiera che vede coinvolti medici, cittadini/pazienti e operatori; 
  • adottare un opportuno programma governativo non centralizzato, ma costruito sfruttando, a vantaggio di tutto il sistema, le best practices attuate in alcune regioni; 
  • investire urgentemente sull’e-health per far sì che esso rappresenti il principale strumento di rilancio del nostro sistema di welfare.

La particolarità che rende affini se non addirittura complementari i due documenti sopra indicati è il fatto che entrambi, partendo da diversi presupposti, assegnano al progetto di sviluppo e di diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico un ruolo di traino per la diffusione del digitale in ambito sanitario. Sul piano pratico, la possibilità che questo progetto offre sono quelli di:

  • avere disponibilità di una mole significativa di dati utili per una serie sterminata di analisi; 
  • rendere interoperabili fra di loro i progetti avviati in autonomia dalle diverse regioni sia per quanto riguarda le procedure che gli standard di data collection e data mining; 
  • migliorare l’accesso e la qualità delle diagnosi e delle cure attraverso l’impiego di soluzioni di telemonitoraggio e comunicazione digitale che in prospettiva possono permettere tutti i disagi legati al fenomeno della migrazione sanitaria da una Regione ad un’altra.

Non a caso, il Fascicolo Sanitario Elettronico è il progetto a cui sono destinate le risorse maggiori (in totale 58 milioni di Euro) dalle Aziende Sanitarie Italiane (cifra tuttavia limitata a fronte dei 960 milioni di  Euro speso dal complesso delle strutture sanitarie italiane in ambito ICT). Senza entrare nel merito delle difficoltà e delle discussioni relative ai ritardi accumulati dall’esecuzione globale di  tale progetto, ciò che appare interessante non è solamente l’attivismo di alcune Regioni in relazione ad esso ma anche la volontà di quelle “ritardatarie” di prendere come riferimento le migliori pratiche già adottate dalle Regioni in fase avanzata di sviluppo o di completamento. Inoltre, l’avvio di un progetto di interoperabilità sovra-regionale fra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna significa che tre dei principali Sistemi Sanitari Regionali stanno sperimentando un’infrastruttura di interoperabilità che, vista l’importanza e il “peso” degli enti promotori,  potrebbe essere estesa all’intero territorio nazionale. Ma per fare ciò occorre il pieno sostegno delle istituzioni statali che, tuttavia, non devono intervenire in maniera impositiva, bensì assumendo più un ruolo di coordinamento capace di favorire la partecipazione e la collaborazione fra i vari soggetti regionali coinvolti. 

In conclusione, ecco a cosa si dovrebbe puntare con il progetto FSE: oltre alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico, il vero core di questa attività, tale progetto dovrebbe indicare un metodo di azione da poter impiegare in seguito, sempre tenuto conto delle specifiche peculiarità di ogni progetto, a tutti i vari capitoli relativi alla sanità dell’Agenda Digitale.

Dino Biselli 

 

Fonti Principali
Aboutpharma – 7 maggio 2015
Aboutpharma – 12 maggio 2015

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