La Spesa Italiana in Prevenzione Sanitaria

Una delle frasi più famose della televisione italiana è il tormentone di uno degli spot pubblicitari di un noto brand di dentifrici: prevenire è meglio che curare. La prevenzione è in effetti una delle attività necessarie per evitare che uno o più fattori possano in un determinato momento degenerare in un problema di salute e/o evitare che una malattia anche allo stato iniziale, possa progredire (o perlomeno che sia ritardata la sua progressione) o possano insorgere delle complicanze ad essa correlate. E una tematica così importante non può non essere trattata in una pubblicazione di riconosciuta autorevolezza nel settore sanitario e farmaceutico come il Rapporto Meridiano, giunto quest’anno alla sua X edizione.

Occuparsi ed investire oggi nella prevenzione sanitaria significa quindi sostenere una certa spesa in attività e progetti tesi a prevenire il verificarsi di determinate condizioni o l’insorgere di determinati fattori per evitare che si debba effettuare una spesa (quasi sicuramente di importo di molto superiore) in futuro. La prevenzione in ambito sanitario è uno dei compiti del Servizio Sanitario Nazionale, il quale si occupa di essa nei casi in cui si effettui:

  • Prevenzione rivolta alle persone
  • Attività di igiene riguardanti gli alimenti e alla nutrizione in genere;
  • Attività ispettiva in materia di igiene di strutture pubbliche e private;
  • Informazione ed educazione sanitaria rivolta alla popolazione e alla comunità scolastica;
  • Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro;
  • Sanità pubblica in ambito veterinario;
  • Servizio medico legale.

Come si può notare, si tratta di un insieme di ambiti che generano un numero molto alto di attività a cui nel 2013 si è fatto fronte con un finanziamento pari al 2,9% del PIL e a 67,4 Euro di spesa pro capite. Va tuttavia precisato che tali dati, la cui fonte è l’OECD, non coincidono con i dati resi noti da Agenas, secondo i quali nel 2013 la spesa sanitaria destinata alla prevenzione è stata pari a 4,9 miliardi di Euro pari al 4,19% del PIL. Tale differenza, la cui dimensione è notevole (circa l’1,3% del PIL), è dovuta alla diversa attribuzione dei dati relativi ad alcune attività svolte nell’ambito della medicina generale che, in base al sistema di calcolo adottato dall’OECD, non essendo possibile disaggregare non vengono incluse nel capitolo della prevenzione ma ricondotte in toto nella curative care.

Disaggregando il dato della spesa, è possibile comprendere quale sia il peso dei singoli macro capitoli; l’aggregazione igiene e sanità pubblica rappresenta la voce che assorbe la maggior parte del finanziamento totale con una quota pari a circa il 25% che corrisponde a 1,224 miliardi di Euro, seguita rispettivamente dalla sanità pubblica veterinaria (circa il 23% che corrisponde a 1,128 miliardi di Euro) e dall’attività di prevenzione rivolta alle persone (circa il 21% che corrisponde a 1,065 miliardi di Euro). Inoltre la media nazionale è frutto di una elevata variabilità a livello regionale: tralasciando i sistemi sanitari delle regioni “minori” che in taluni casi presentano un rapporto fra spesa in prevenzione e PIL molto distante dalla media sia in termini positivi che in termini negativi, se si prendendo in esame il Veneto e il Lazio si ha una spesa in prevenzione relativa inferiore alla media nazionale, al contrario della Campania e della Lombardia dove invece si è in presenza di una spesa superiore alla media. Toscana, Emilia Romagna e Sicilia, infine, sono sostanzialmente allineate alla media nazionale.


Infine, nell’ambito del capitolo di spesa in prevenzione rivolta alle persone è ricompresa anche la spesa dedicata alle vaccinazioni, tema che è stato molto dibattuto in questi ultimi mesi per il progressivo aumento di persone che non fanno somministrare alcuni importanti vaccini non obbligatori (e talvolta anche quelli obbligatori) ai loro figli. Nel 2014 tale attività ha assorbito una cifra pari a 291 milioni di Euro, in diminuzione di circa il 10% rispetto al 2013, con un’incidenza dell’1,1% sulla spesa farmaceutica totale. Fatta 100 la spesa per vaccini, la quota maggioritaria, pari al 28,9%, è rappresentata da quella rivolta ai vaccini pneumococcici, seguita rispettivamente da quelle relative al vaccino esavalente con il 25,8%, ai vaccini influenzali con il 24%, ai vaccini anti-HPV con il 13.4%, ed infine ad altre tipologie di vaccino con il 7,9%.


Dino Biselli

 


Fonti Principali
Rapporto Meridiano 2015

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