Il settore farmaceutico italiano: punti di forza e prospettive

Le prospettive del settore farmaceutico italiano

Il silenzioso successo della farmaceutica italiana: è raro trovare un titolo più azzeccato quando si parla del settore farmaceutico in Italia. L’articolo scritto da Dario Di Vico sul sito del Corriere della Sera lo scorso 27 gennaio 2015 offre una sintesi diretta ed esaustiva di come l’industry del farmaco sia riuscita a diventare con molta (forse troppa) discrezione uno dei fiori all’occhiello dell’economia italiana.

In realtà già in alcuni dei precedenti contributi di questo blog si è più volte sottolineato come, negli anni precedenti, grazie ai suoi numeri l’industria farmaceutica in Italia ha contribuito a limitare il calo del PIL e in questo ultimo anno a farlo crescere. Il fatturato dell’intero settore farmaceutico, pari a 28 miliardi di Euro, contribuisce per circa l’1,6% al Prodotto Interno Lordo del nostro paese, mentre fra aziende farmaceutiche vere e proprie e aziende dell’indotto, l’ambito pharma impiega poco meno di 130.000 addetti che nella stragrande maggioranza dei casi posseggono un titolo di laurea.

Ma aldilà dei numeri, nell’articolo di Di Vico viene sottolineato come sia le multinazionali del pharma, attraverso la crescita dei loro investimenti nel nostro paese, sia le aziende farmaceutiche italiane, per mezzo di una loro strategia di espansione nei mercati esteri, hanno prodotto una continua crescita delle esportazioni che nel 2014 sono state pari al 72% della produzione farmaceutica realizzata in italia. (Per dati ulteriori vedere: http://www.miopharmablog.it/2015/07/i-numeri-del-pharma-in-italia/)

Esaminando la graduatoria per vendite delle maggiori aziende farmaceutiche operanti in Italia (purtroppo sul web non sono disponibili molte risorse in proposito e quanto sotto riportato fa riferimento a elaborazioni IMS Health del settembre 2013) ci si può rendere conto del peso che le filiali delle grandi multinazionali pharma hanno sull’intero settore:

1. Pfizer
2. Sanofi
3. Roche
4. Novartis
5. MSD
6. Bayer
7. GSK
8. Janssen-Cilag
9. Astrazeneca
10. Teva
11. Menarini
12. Eli Lilly

Il motivo di tale prevalenza è dovuta al fatto che le aziende del pharma italiane sono a conduzione familiare, anche se ci non significa necessariamente una limitata capacità di investire: ad esempio ad inizio anno si è avuto la fusione fra Alfa Wasserman e Sigma-Tau che ha dato vita al secondo player italiano del settore dopo Menarini.

Questo significa che nel corso di questi ultimi anni sia le filiali di Big Pharma che le case farmaceutiche italiane hanno effettuato ingenti investimenti (http://www.miopharmablog.it/2014/06/la-ripresa-degli-investimenti-nel-pharma-in-italia/), senza contare le numerose piccole realtà che operano nell’ambito biotecnologico. Inoltre, proprio in questi giorni Farmindustria, per voce del Presidente Massimo Scaccabarozzi, nell’ambito del convegno Influence, Relevance, Growth – Italy’s opportunity and new paradigm organizzato da Italian Business & Investment Initiative in collaborazione con Ernst & Young, ha invitato le imprese farmaceutiche americane a consolidare ulteriormente i propri investimenti nel nostro paese, affermando che il settore farmaceutico italiano ha superato la crisi e ricordando che l’Italia ha risorse umane, know-how, centri di eccellenza ed indotto di qualità tali da poter essere uno dei paesi di riferimento a livello globale per l’industry farmaceutica.

Ciò non significa che non persistano delle difficoltà che ad oggi costituiscono un ostacolo ad una crescita ancora maggiore e che in futuro potrebbero pregiudicare i risultati fin qui raggiunti: Di Vico segnala che il portafoglio dei farmaci prodotti negli stabilimenti italiani è sbilanciato sui segmenti a minore crescita come lo sono i farmaci a brevetto scaduto e che l’espansione all’estero delle aziende pharma italiane potrebbe conoscere in futuro un rallentamento se non una vera e propria battuta di arresto, oltre al già ricordato scarso valore del mercato interno a causa delle politiche di bilancio statali volte a limitare la spesa pubblica; a questi fattori vanno aggiunti anche quelli che periodicamente Farmindustria continua a sottolineare come criticità del sistema Italia: l’eccessivo lasso di tempo fra la registrazione di un farmaco e la sua effettiva entrata in commercio, le differenti normative in ambito sanitario esistenti fra le diverse regioni italiane, e le gare pubbliche condotte basandosi solamente su criteri economicistici.

La speranza è che questo momento buono del pharma italiano possa continuare attraverso delle scelte industriali che favoriscano lo sviluppo di prodotti e innovazioni tecnologiche che attualmente sono in fase iniziale di ricerca e/o produzione. Ed è lo stesso Presidente Scaccabarozzi a sottolineare come l’industria italiana del pharma, che negli ultimi anni si è focalizzata su biotech, vaccini ed emoderivati, abbia ottenuto eccellenti risultati anche nelle terapie avanzate e nelle malattie rare, vale a dire altri due ambiti che, secondo le previsioni di molti analisti, conosceranno una crescita costante da qui agli anni a venire. Tuttavia, questo felice posizionamento di prodotto potrà essere conservato e rafforzato solamente attraverso una governance rinnovata capace di favorire un continuo processo di innovazione.

Dino Biselli


Fonti Principali
Dario Di Vico – Corriere della Sera
AboutPharma
La produzione di valore dell’industria farmaceutica in Italia – Farmindustria

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