La crisi e il ruolo della produzione farmaceutica

 

Il 12 novembre sul sito de Il Sole 24 Ore è apparso l’articolo “La produzione resta in rosso” di Luca Orlando il quale ha riportato il dato della produzione industriale del mese di settembre pubblica dall’Istat. La crescita riportata dall’indice destagionalizzato rispetto ad agosto (+0,2%) non deve far illudere, in quanto, una volta corretto per gli effetti del calendario (i giorni lavorativi di settembre 2013 sono stati 21 a fronte dei 20 di settembre 2012) l’indice tendenziale riporta una perdita del -3,0%, mentre la media della produzione nei primi nove mesi del 2013 è inferiore del -3,9% a quella del relativo periodo del 2012. Nel leggere questi dati si può scorgere qualche piccolo accenno di rallentamento nella caduta della nostra economia, ma anche che il tanto promesso ritorno alla crescita sta tardando ad arrivare. 

Andando ad analizzare il dato suddiviso per settori, Orlando riporta come, al contrario di tutti gli altri, il settore farmaceutico abbia riportato una crescita sia per quanto riguarda il dato congiunturale (+12,0%), sia per quello della media dei primi nove mesi del 2013 (+2,8%). La spiegazione offerta che dati questi positivi del pharma siano dovuti al parziale spostamento produttivo in Italia messo in atto da una multinazionale, può essere letto anch’esso come un dato in controtendenza rispetto a quelli di tutte le altre attività produttive: il farmaceutico è in grado di attirare investimenti, nonostante le ben note difficoltà strutturali e congiunturali presenti nel nostro paese.

La valutazione generale del sistema sanitario

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Una decina di giorni fa, mentre stavo compiendo una mia personale rassegna stampa, ho letto l’articolo apparso sul sito di Quotidiano Sanità intitolato “Ma per Bloomberg l’Italia ha il 6° sistema sanitario più efficiente del mondo“. L’articolo riporta le conclusioni di uno analisi pubblicata dalla nota agenzia di comunicazione finanziaria che ha elaborato dati di World Bank, International Monetary Fund, World Health Organization, Hong Kong Department of Health su un totale di 48 paesi. La misurazione ha tenuto conto di tre criteri aventi ognuno un diverso peso nella determinazione del risultato finale: la speranza di vita, a cui è stata attribuita un’importanza del 60%, il costo della sanità in rapporto al PIL, con peso assegnato pari al 30%, e il costo pro capite dell’assistenza sanitaria in valore assoluto, comprendente tutti i servizi di prevenzione e cura della salute, la pianificazione familiare, l’attività di nutrizione e gli aiuti di emergenza, a cui è stato attribuito il restante 10%. Infine, per determinare quali paesi dovessero rientrare nel campione, si è tenuto conto di alcuni criteri quali il numero di abitanti (non inferiore ai 5 milioni), il PIL pro capite (di almeno 5.000 dollari) e un’aspettativa di vita pari o superiore a 70 anni.

Secondo questa classifica il sistema sanitario più efficiente al mondo è quello di Hong-Kong, seguito da Singapore a da quello del Giappone. Con il suo 6° posto, il sistema sanitario italiano è valutato come il secondo più efficiente in Europa preceduto solamente da quello spagnolo, mentre la Svezia è posizionata al  posto di questa classifica, seguita da Inghilterra (14°), Francia (19°) e Germania (30°). Il sistema statunitense, con la sua 46° posizione risulta essere uno dei meno efficienti al mondo.

Cure primarie in UK: pillole sulla riforma sanitaria

 

Il 1° aprile di quest’anno in Inghilterra è entrata in vigore la nuova riforma sanitaria fortemente voluta dal Primo Ministro David Cameron, per mezzo della quale il National Health Service ha subito un cambiamento epocale tale da modificarne in profondità la struttura e i processi ad essa connessa, soprattutto per quel che riguarda l’assistenza primaria.

Infatti, il precedente sistema di governance dell’intero sistema si basava su 10 Strategic Health Autorities, incaricate della gestione e del governo del NHS a livello locale attraverso la predisposizione degli Health Improvement Programmes e il monitoraggio dei rapporti fra i Trust (ospedali) della secondary care e i Primary Care Trusts (PCTs). I PCTs erano degli aziende sanitarie locali il cui scopo era quello di garantire l’accesso a tutti i servizi sanitari necessari a favore di tutti i cittadini ricompresi nel loro territorio. Il loro numero era pari a meno di 300 e all’interno di ognuno di essi operavano, e venivano coordinati, più GPs (General Practitioners), vale a dire i medici generici, insieme a personale infermieristico e terapisti, oculisti, dentisti e farmacisti allo scopo di offrire l’assistenza sanitaria globale per il loro territorio di riferimento. Accanto ai PCTs erano stati anche istituiti i Walk-in Centres, in cui venivano impiegati infermieri specializzati e che offrivano informazioni e assistenza sanitaria su patologie o lesioni non gravi, e il NHS Direct, vale a dire un servizio telefonico attivo 24h su 24 a cui rispondono infermieri professionali che fornivano informazioni e consigli relativi alla salute.

Il pensiero laterale nel pharma in Italia

 

In questo periodo sto leggendo un libro scritto nel 1967 da Edward De Bono intitolato Il pensiero laterale – Come diventare creativi edito in Italia da Bur. Non mi è stato facile iniziare la lettura di questo libro, preso come sono da tutta una serie di attività da svolgere, ma ora che sono arrivato quasi alla sua conclusione devo confessare che mi sono pentito di non averlo letto prima.

Il saggio si basa sulla distinzione netta fra il pensiero verticale, caratterizzato dall’utilizzo della logica per la risoluzione diretta di qualsiasi problema che si frapponga fra noi e i nostri obiettivi, e il pensiero laterale, che invece è descritto come un approccio indiretto e fondato sull’osservazione di un tema o di un problema impiegando diversi e differenti punti di vista allo scopo di elaborare soluzioni o idee che siano concrete ed innovative allo stesso tempo. Il pensiero laterale

“non si propone la sola soluzione di problemi singoli, ma si preoccupa anche di trovare nuove interpretazioni della realtà, e si interessa di idee nuove di ogni genere” (pag. 13).

Esso rappresenta un approccio mentale ai problemi che richiede una certa attitudine e anche un suo esercizio pratico che permette di aprire la propria mente a nuove opportunità, così da poterle individuare e infine cogliere.

Immagino già la domanda che in questo momento mi state ponendo: “Interessante… Ma che cosa ha a che fare tutto ciò con l’industria farmaceutica e con il mondo della sanità in generale?”.

La Direttiva 2011/24: minaccia o occasione da cogliere?

 

La mia tesi di laurea, che ho discusso la bellezza di dieci anni fa (giugno 2003) ha come titolo “Il pensiero politico di Mario Albertini” e un sottotitolo che indica chiaramente quale sia l’argomento sviluppato in essa: “dall’Europa degli Stati nazionali agli Stati Uniti d’Europa”. Mario Albertini è stato uno dei maggiori esponenti del Federalismo Europeo, fine pensatore, amico e avversario di Altiero Spinelli. So che l’argomento al giorno d’oggi non ha molta popolarità, ma è stato fra coloro che hanno proposto e sostenuto la creazione di una moneta unica, nella convinzione che ciò avrebbe costretto i governi degli Stati nazionali ha cedere parte della loro sovranità ad un governo europeo eletto democraticamente dal popolo europeo.

Anche se questa strategia sta dimostrando tutti i sui limiti, il processo di integrazione, attraverso la classica via intergovernativa tracciata da Jean Monnet, sta comunque continuando: a volte su cose insignificanti (e onestamente ridicole), altre volte su aspetti più seri che potrebbero rappresentare delle novità capaci di modificare nel medio e lungo periodo le abitudini e la mentalità dei vari popoli nazionali, posando così un ulteriore mattone sulla via della nascita di un vero popolo europeo come sognato da Albertini.

L’inappropiatezza prescrittiva nel paziente anziano: le mie personali considerazioni

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Alcune volte mi capita di pensare scherzosamente che casa mia sembra essere il retrobottega di una farmacia. Dico ciò poiché vivo con i miei genitori e la loro età incomincia ad essere importante (per inciso rientrano entrambi nella fascia over 65) e per tale ragione gli acciacchi iniziano ad essere un po’ più frequenti e un po’ più fastidiosi ogni anno che passa. Si possono considerare entrambi generalmente in salute, ma mio padre, per una serie di ragioni, è da ritenersi un malato cronico con multimorbidità, e per questo deve assumere giornalmente dei farmaci.

Perciò non sono rimasto sorpreso quando qualche mese fa ho letto un articolo apparso su Salute 24, dove veniva riportato che il 50% della popolazione anziana, che assomma a circa 12,5 milioni di persone suddivise in 7,3 milioni di donne e 5,2 milioni di uomini, assume dai 5 ai 10 farmaci al giorno, con tutti i problemi derivanti dalla assunzione in contemporanea di differenti preparati e di aderenza alla terapia. Problemi che si presentano ancora con più evidenza nel caso in un dato momento sopravvenga una patologia acuta quale può essere ad esempio un banale virus para-influenzale che, tuttavia, necessiti di un trattamento farmacologico. In questo caso non invidio proprio il lavoro del nostro medico di famiglia, persona di provata professionalità e comprensione, che si deve destreggiare nel dover scegliere quale prescrizione effettuare tenendo conto del quadro complessivo dei farmaci assunti da mio padre.

Ancora biotecnologie: stanno arrivando gli organi bionici

 

Quando ero bambino in TV veniva trasmesso un telefilm dal titolo “L’uomo da sei milioni di dollari”, che raccontava le vicende di un ex ufficiale dell’esercito americano dotato di arti e organi bionici (nello specifico gambe, braccio destro e occhio sinistro). Ad essere onesti il telefilm non era fra i miei preferiti, ma comunque il fatto che il protagonista fosse un “uomo bionico” era allora un motivo più che sufficiente per tenermi incollato allo schermo. Ricordo ancora quanto avrei voluto avere delle gambe capaci di correre così veloci e quell’occhio in grado all’occorrenza di offrire la vista di un mirino di precisione pari a quello di un fucile da cecchino.

All’epoca (parliamo di circa un quarto di secolo fa) pensare alla sola possibilità che in futuro arti bionici di quel tipo fossero stati impiantati nel corpo di un individuo e poi utilizzati come quelli normali significava veramente parlare di fantascienza. Ma oggi, con la rapida e stupefacente evoluzione tecnologica della robotica e i frutti delle continue ricerche in ambito neuroscientifico, questi nuovi arti artificiali diverranno presto disponibili.

I modelli di organizzazione dei Servizi Sanitari Regionali

 

Lo scorso 30 settembre la Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha dato il via libera al progetto di legge regionale che prevede la fusione delle Aziende Sanitarie Locali di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini in un’unica ASL a partire dal 1 gennaio del 2014. Apparentemente può sembrare una notizia di non particolare importanza, ma poiché riguarda una delle regioni benchmark per l’intero SSN e questa riorganizzazione è relativa ad una fetta non indifferente del suo territorio e della sua popolazione, non è escluso che tale fusione possa essere il primo passo per il ripensamento dell’intera organizzazione sanitaria regionale emiliana e, a cascata, indurre altre regioni a rivedere la propria struttura.

Vorrei cogliere l’occasione datami da questa notizia per descrivere brevemente quanti e quali sono i quattro modelli organizzativi attualmente in uso nei diversi Servizi Sanitari Regionali:

Popolazione italiana e informatica

 

L’innovazione è uno dei tratti distintivi dell’intera umanità: nasce dal bisogno innato dell’uomo di creare sempre qualcosa di nuovo e di immaginare un futuro migliore rispetto alla realtà in cui vive. Nel corso della storia, il bisogno di innovazione, sebbene sempre caratterizzato da un trend positivo, non ha avuto un andamento lineare: ci sono stati secoli in cui l’umanità è rimasta pervicacemente ancorata allo status quo del momento (o ha addirittura conosciuto un forte arretramento nella sua via per il progresso), e periodi, in cui si sono avuti enormi balzi in avanti in tutti i campi dell’attività umana.

Tuttavia, è proprio con queste fughe verso il progresso che si corre il rischio di dare origine al fenomeno che si può definire “ignoranza tecnologica”: alcune fasce della popolazione, sia per motivi anagrafici, sia per motivi culturali, economici e sociali (lo Stato in cui si vive e, alcune volte dalla Regione in cui si vive) non sono in grado di aggiornare le proprie conoscenze e i propri stili di vita alle novità che l’innovazione pone dinanzi a loro.

Recruiting nel pharma: piccole considerazioni dalla mia (attuale) esperienza personale

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Con il post di oggi consentitemi di trattare un argomento leggermente fuori tema rispetto a quello del mondo farmaceutico in senso stretto, vale a dire il mio profilo professionale e la mia attività di ricerca di un impiego.

Se a questo punto state pensando che questo mio contributo odierno sia solamente una specie di “self promotion” del sottoscritto finalizzata a far conoscere le mie competenze e a trovare un lavoro avete in parte ragione: il mio intento è anche questo, ma non solo questo. L’altro mio obiettivo è cercare di comprendere, partendo dalla mia esperienza diretta e senza pretesa di scientificità, come funziona il sistema di selezione e reclutamento del personale in ambito farmaceutico.

La mia esperienza in ambito pharma è in effetti apparentemente anomala: