I modelli di organizzazione dei Servizi Sanitari Regionali

 

Lo scorso 30 settembre la Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha dato il via libera al progetto di legge regionale che prevede la fusione delle Aziende Sanitarie Locali di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini in un’unica ASL a partire dal 1 gennaio del 2014. Apparentemente può sembrare una notizia di non particolare importanza, ma poiché riguarda una delle regioni benchmark per l’intero SSN e questa riorganizzazione è relativa ad una fetta non indifferente del suo territorio e della sua popolazione, non è escluso che tale fusione possa essere il primo passo per il ripensamento dell’intera organizzazione sanitaria regionale emiliana e, a cascata, indurre altre regioni a rivedere la propria struttura.

Vorrei cogliere l’occasione datami da questa notizia per descrivere brevemente quanti e quali sono i quattro modelli organizzativi attualmente in uso nei diversi Servizi Sanitari Regionali:

Popolazione italiana e informatica

 

L’innovazione è uno dei tratti distintivi dell’intera umanità: nasce dal bisogno innato dell’uomo di creare sempre qualcosa di nuovo e di immaginare un futuro migliore rispetto alla realtà in cui vive. Nel corso della storia, il bisogno di innovazione, sebbene sempre caratterizzato da un trend positivo, non ha avuto un andamento lineare: ci sono stati secoli in cui l’umanità è rimasta pervicacemente ancorata allo status quo del momento (o ha addirittura conosciuto un forte arretramento nella sua via per il progresso), e periodi, in cui si sono avuti enormi balzi in avanti in tutti i campi dell’attività umana.

Tuttavia, è proprio con queste fughe verso il progresso che si corre il rischio di dare origine al fenomeno che si può definire “ignoranza tecnologica”: alcune fasce della popolazione, sia per motivi anagrafici, sia per motivi culturali, economici e sociali (lo Stato in cui si vive e, alcune volte dalla Regione in cui si vive) non sono in grado di aggiornare le proprie conoscenze e i propri stili di vita alle novità che l’innovazione pone dinanzi a loro.

Recruiting nel pharma: piccole considerazioni dalla mia (attuale) esperienza personale

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Con il post di oggi consentitemi di trattare un argomento leggermente fuori tema rispetto a quello del mondo farmaceutico in senso stretto, vale a dire il mio profilo professionale e la mia attività di ricerca di un impiego.

Se a questo punto state pensando che questo mio contributo odierno sia solamente una specie di “self promotion” del sottoscritto finalizzata a far conoscere le mie competenze e a trovare un lavoro avete in parte ragione: il mio intento è anche questo, ma non solo questo. L’altro mio obiettivo è cercare di comprendere, partendo dalla mia esperienza diretta e senza pretesa di scientificità, come funziona il sistema di selezione e reclutamento del personale in ambito farmaceutico.

La mia esperienza in ambito pharma è in effetti apparentemente anomala:

La scommessa delle biotecnologie nel settore farmaceutico

 

Sempre alla ricerca di nuovi canali che mi consentano di rendere il più breve possibile questo mio periodo di disoccupazione, sono andato su Google alla ricerca di start-up nel campo delle biotecnologie, e devo dire che mi si è aperto un mondo che pensavo essere meno dinamico di quello che è in realtà. Sapevo di già, attraverso le informazioni che ogni tanto filtrano attraverso i siti web o la tv, che il settore biotecnologico in Italia, come in altri paesi avanzati, fosse in espansione; ma ad essere onesti ne ignoravo le dimensioni. E in questa nuova frontiera (che poi non è più così tanto nuova) il settore medicale, e in esso soprattutto quello farmaceutico, gioca un ruolo di assoluto protagonista.

Al contrario di quanto si possa pensare, le vere protagoniste del settore biomedicale non sono le Big Pharma, ma tante piccole e piccolissime (se non microscopiche) realtà che svolgono un importantissimo ruolo in fase di discovery, ognuna specializzata nella sua nicchia di mercato.

Dalla lettura del “Rapporto sulle biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2013” stilato da Ernst&Young, si evince che le aziende biotech del farmaco sono un totale di 175, di cui 114 sono realtà di piccole dimensioni, 29 di dimensioni medie mentre 32 sono grandi aziende. Il loro fatturato complessivo è pari 6.052 milioni e gli investimenti in ricerca e sviluppo sono pari a 1.410 milioni, con un numero di addetti per questa determinata funzione pari a 4.846. L’incremento del fatturato sull’anno precedente è stato del 5.5%, mentre quello degli investimenti in R&S è stato del 3.1%.

Ma esiste una strategia per il Sistema Sanitario Nazionale?

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Dopo le dure condizioni imposte dal Trattato di Versailles nel 1919, il ruolo di comandante in capo dell’esercito tedesco fu assegnato al Generale Hans von Seeckt: uomo con innate doti di comando e una forte capacità tattico-strategica, egli ebbe il difficile compito di riorganizzare l’esercito tedesco disunito, disorganizzato e prostrato dalla guerra. Inoltre, dovette subire anche numerose imposizioni: non superare il numero di 100.000 uomini, non dotarsi né di carri armati né di aviazione e, in seguito alle pesanti riparazioni imposte dalle potenza dell’Intesa, non ebbe a disposizione nemmeno grandi risorse finanziarie.

Eppure nel 1926, anno di congedo del generale von Seeckt, l’esercito tedesco era diventato uno dei più moderni, efficienti ed efficaci dell’epoca: una forza armata di professionisti d’elite, altamente qualificata, ottimamente equipaggiata, preparata sia culturalmente che tecnicamente, ed estremamente mobile sia negli uomini che nei mezzi.

Ciò fu possibile perché von Seeckt aveva un obiettivo ben chiaro (la creazione di un nuovo esercito efficiente ed efficace), e per raggiungere questo suo fine impostò una strategia, e la  mise in atto adattandola continuamente alle condizioni non favorevoli che l’ambiente esterno gli pose dinanzi.

Il mio scenario sulla futura dispensazione dei farmaci

 

Nella mia quotidiana attività di ricerca lavorativa mi avvalgo principalmente di LinkedIn e delle funzionalità che esso mette a disposizione (devo dire che fino a questo momento i riscontri non sono stati particolarmente incoraggianti ma la speranza è l’ultima a morire), in particolare dei gruppi e delle possibilità da essi offerte.

Fra i gruppi ai quali sono iscritto ci sono anche quelli dedicati alla ricerca di lavoro e in molti di questi ho sempre trovato numerosi interventi e annunci dedicati alla ricerca di Informatori Scientifici del Farmaco. La figura dell’ISF è stata oggetto di un forte ridimensionamento negli ultimi anni, ma a quanto pare sembra ancora essere abbastanza richiesta anche se le numerosità degli addetti è notevolmente diminuita dall’inizio degli anni 2000.

Ciò significa che le aziende farmaceutiche stanno costantemente adeguando la loro forza vendite ai continui mutamenti del mercato e del sistema sanitario nazionale. Partendo da questa considerazione, mi sono ritrovato a pensare su come in un prossimo futuro potrebbe cambiare lo scenario della sanità italiana nell’ambito della dispensazione dei farmaci, in particolare per quelli ricompresi nella classificazione A o H di rimborsabilità, e a quali vincoli dovranno attenersi i soggetti e le istituzioni del SSN atte a questo compito.

Il Pharma e il passaggio da prodotto-bene a prodotto-servizio

 

Con il precedente post ho pubblicato una piccola riflessione sul modello Hollywood e su come questo possa essere proposto per la realtà del farmaceutico. Con l’attuale contributo, invece, voglio affrontare un argomento ad esso collegato ma ben distinto, ricorrendo ancora una volta a quanto già analizzato da Jeremy Rifkin nel suo “L’era dell’accesso”: la trasformazione del prodotto da bene fisico a servizio.

L’avvento della new economy e la necessaria revisione dei vari business models che essa ha indotto, causando un profondo ripensamento dei modelli fino esistenti fino a poco tempo fa (giungendo addirittura al completo abbandono di alcuni di essi perché oramai divenuti troppo obsoleti e alla contemporanea adozione di nuovi layout meglio aderenti alla rinnovata realtà economico-produttiva), ha favorito sempre più anche l’avvento di una nuova concezione di offerta al cliente che vede come suo atto fondamentale non tanto la vendita di prodotto ma quella del servizio che quest’ultimo può offrire.

Il Business a rete

 

Un paio di giorni fa, mentre stavo compiendo la mia quotidiana rassegna in ricerca di opportunità lavorative, mi sono imbattuto in un post scritto da Salvatore Ruggero, CEO di Merqurio, sul blog “Mercato Farmaceutico” incentrato sull’evoluzione dei modelli di business (la sintesi del modello di business della Ryanair e il suo confronto con quelli delle altre compagnie aeree europee è una delle migliori che ho letto in proposito) e di come il settore farmaceutico debba porsi delle questioni sul questo tema in relazione alle trasformazioni che esso sta subendo negli ultimi anni.

La lettura di questo intervento mi ha fatto iniziare a riflettere sul tema e mi ha riportato alla mente parte del contenuto del libro “L’era dell’accesso” di Jeremy Rifkin. Uno dei fili conduttori di questo libro è la smaterializzazione delle aziende, la ricerca da parte loro di liberarsi del fardello della proprietà diretta dei beni di produzione produttivi e il loro sempre maggior ricorso a beni presi in affitto, in leasing o la cessione in outsourcing di interi settori aziendali.

Gli Health Saving Accounts

 

Qualche mese fa ho iniziato a studiare il “Manuale di economia sanitaria” scritto dal Dottor Riccardo Zanella. A mio giudizio è un buon testo, ben scritto e ben documentato, con in più le caratteristiche della completezza degli argomenti trattati e della chiarezza dei contenuti. Nel capitolo relativo all’offerta sanitaria e ai modelli di sistemi sanitari vengono descritte delle forme assicurative chiamate Conti di Risparmio Sanitari (Health Savings Accounts) che hanno la funzione di fornire una copertura del rischio di malattia complementare all’assicurazione sanitaria o al Servizio Sanitario Nazionale e fungono, contemporaneamente, da strumento finanziario di accumulo di capitale.

In pratica gli HSA si fondano sul versamento obbligatorio, di solito con cadenza mensile, di un importo (fisso o calcolato percentualmente sul reddito) da parte del cittadino su un conto individuale, a cui possono concorre anche i datori di lavoro se non lo Stato stesso per alcune determinate situazioni (quali possono essere quelle relative a cittadini con reddito basso). Il conto è cumulativo, e quanto versato sopra di esso viene utilizzato in via esclusiva per coprire tutti i costi sanitari sostenuti individualmente o familiarmente non coperti, a seconda dei modelli sanitari adottati, dal sistema assicurativo o dal Servizio Sanitario Nazionale. Gli importi del HSA non impiegati vengono remunerati annualmente con un tasso di interesse e accumulati fino a che non si raggiunge un determinato livello oltre il quale l’obbligo di versamento viene a cessare. Il conto così accumulato può essere utilizzato anche come previdenza complementare o lasciate in eredità.

Gli Ospedali Italiani e Big Data

 

Ho appena finito di leggere l’intervista che il ministro Lorenzin ha rilasciato al quotidiano la Repubblica dove ha lanciato l’idea di creare “il TripAdvisor degli ospedali italiani”, vale a dire un progetto che prevede lo sviluppo di un sito web in cui caricare tutti i dati sanitari (e non) degli ospedali italiani e renderli disponibili online a tutti i cittadini in tempo reale. (Ecco il link)

Tralasciando l’opportunità o meno di paragonare questa proposta a TripAdvisor, devo dire che, in base alla mie esperienze in IMS Health come amministratore di un panel di medici e in Stethos come ricercatore di mercato in ambito farmaceutico (e in tale ruolo mi sono occupato molto spesso di reclutamento medici soprattutto in ambito ospedaliero), l’eventuale realizzazione di tale progetto, dal mio punto di vista, sarebbe un fatto estremamente positivo sotto innumerevoli aspetti.