Il rapporto 2015 sul pharma bioetch di Ernst & Young

La oramai consueta pubblicazione del Rapporto sulle Biotecnologie del Settore Farmaceutico in Italia da parte di Ernst & Young in collaborazione con Farmindustria, rappresenta uno degli appuntamenti che consente di fissare il punto della situazione sull’andamento di uno dei settori più vivaci e innovativi dell’intero panorama produttivo italiano.

Una veloce panoramica dei risultati relativi al 2013 illustra come siano state superate alcune delle difficoltà che le aziende farmaceutiche biotech nel loro complesso hanno dovuto affrontare gli scorsi anni: il fatturato è aumentato del 4,3%, attestandosi su un totale di settore pari a € 7.302 milioni, mentre gli investimenti in R&S hanno registrato un incremento del 3,3% raggiungendo a fine 2013 la cifra di € 6.563 milioni; in ragione di tali cifre, nel 2013 il numero di addetti in R&S è rimasto pressoché il medesimo dell’anno precedente, con un leggero aumento dello 0,4% che ha permesso di raggiungere una numerosità pari a 3.898 persone, segnando così una controtendenza rispetto al trend occupazionale dello stesso periodo caratterizzato da una contrazione del tasso di occupazione e dall’aumento del tasso di disoccupazione.

La percezione dei farmaci generici da parte di medici, farmacisti e pazienti

Dal loro ingresso nel mercato italiano i farmaci generici ha conosciuto un lento ma costante aumento della loro quota di mercato, anche se le aspettative di economisti e politici nel corso degli ultimi anni sono state di gran lunga disattese nonostante gli sforzi di aziende, associazioni di categoria ed enti regolatori nel tentare di promuovere una cultura del farmaco generico, e malgrado ad oggi esistono ancora degli ostacoli che ne frenano la diffusione.

Proprio con riferimento a questo settore del mercato pharma lo scorso 5 maggio a Roma è stato presentato lo studio “Il sistema dei farmaci generici in Italia – Scenari per una crescita sostenibile” redatto da Nomismaper conto di Assogenerici attraverso il quale si espongono le analisi effettuate per fotografare lo stato attuale del settore, e vengono proposte delle soluzioni in grado non solo di favorire una maggior diffusione dei farmaci generici ma anche un risparmio consistente da qui agli anni avvenire sia per i cittadini che per le casse dello Stato.

Ricerche di mercato e il Pharma – Parte III – Le ricerche qualitative

L’elemento chiave per comprendere le ricerche di tipo qualitativo non è un numero, una determinata modalità di rilevazione o l’ampiezza del campione di riferimento, bensì la parola “Perché”. Infatti, il principale scopo delle ricerche qualitative è quello di indagare in profondità il comportamento del consumatore e di individuare quali siano gli schemi cognitivi ed emozionali che lo portano ad assumere determinati comportamenti e/o atteggiamenti: per tale motivo è possibile affermare che esse sono condotte per spiegare un dato fenomeno e non per misurarlo (quest’ultimo, invece, è un obiettivo delle ricerche quantitative). Tutto ciò rende necessario l’adozione un approccio multidisciplinare che faccia riferimento alla psicologia, alla sociologia, all’antropologia e alla neurolinguistica, tale da interpretare il comportamento dell’individuo ma anche di ridurre l’amplificazione che le persone partecipanti tendono generalmente ad attribuire ai pregi e ai difetti del fenomeno oggetto di indagine.

Partendo da questi presupposti, si può il motivo per il quale i campioni delle indagini qualitative siano di piccole dimensioni: per le finalità di tali ricerche non è necessario intervistare un numero elevato di persone. E non è assolutamente fuori luogo se per l’esposizione dei risultati da esse derivanti non si debba fare ricorso alle forme numeriche e tabellari proprie della statistica quantitativa: ciò che conta è l’interpretazione delle valutazione e del dichiarato dei soggetti sottoposti ad intervista (attraverso l’analisi del contenuto); per tale ragione, la divulgazione dei risultati avviene in maniera discorsiva.

Marketing Farmaceutico: il nuovo libro del Dottor Lorenzo Vesce, del Prof. Giovanni Ciafrè e del Prof. Gian Luca Gregori

Fra i social network più diffusi a livello globale il mio preferito è sicuramente LinkedIn: avere la possibilità di entrare in contatto ed interagire con professionisti e manager di aziende, scambiarsi vicendevolmente  informazioni, opinioni ed analisi, condividere contatti e progetti con le aziende (anche se per la verità molte di esse adottano una politica comunicativa monodirezionale,  senza quindi permettere una reale interazione con il visitatore della loro pagina).

E’ partendo proprio da questo contesto che ho avuto il piacere di conoscere il Dottor Lorenzo Vesce e di poterne apprezzare la competenza, la disponibilità e la sua passione per il mondo del marketing farmaceutico che ai più (anche fra i cosiddetti “addetti ai lavori”) sembra essere un oggetto del mistero. Ed anche se finora non abbiamo mai avuto occasione di incontrarci, la condivisione di analisi, documenti e pareri, soprattutto attraverso lo scambio di mail o direttamente su LinkedIn, ci ha permesso di instaurare un rapporto di stima reciproca.

Rapporto sulle Biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2014

 

Nonostante in Italia il 2013 sia stato un anno molto difficile per l’intero apparato produttivo ed industriale nazionale, il settore delle biotecnologie applicate in ambito farmaceutico e medicale è riuscito a confermare una certa tenuta sia in termini di fatturato che di investimenti. Ciò è quanto emerge dal “Rapporto sulle Biotecnologie del settore farmaceutico in Italia 2014” redatto da Ernst&Young presentato il 18 giugno scorso dal Presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, e dal presidente del gruppo Biotecnologie di Farmindustria, Eugenio Arighieri.

Come prima cosa dal rapporto emerge ancora una volta che il settore farmaceutico nell’ambito biotecnologico gioca ancora un ruolo di assoluto rilievo con ben 176 aziende biotech dedicate al mondo pharma su un totale di 241 imprese dedicate al mondo salute (Red Biotech) e un totale di 422 imprese dell’intero comparto biotecnologico italiano. Nel 2013 il fatturato delle aziende biotech pharma assommava complessivamente 5.939 milioni di Euro pari al 89% del totale fatturato del settore Red Biotech (6.662 milioni) e al 84,2% di quello dell’intero comparto (7.050 milioni di Euro). Percentuali che trovano conferma, seppur in misura leggermente minore, anche nel momento in cui si vanno a prendere in considerazione gli investimenti e gli addetti in R&S dell’ambito biotech pharma (pari rispettivamente a 1.082 milioni di Euro e a 4.658 addetti) che, se raffrontati con il solo settore del Red Biotech, hanno pesato rispettivamente per il 78% e l’89%, mentre, se raffrontati con l’intero comparto, hanno pesato per rispettivamente per il 71.3% e il 70.3%.

Nanomedicina: la frontiera dell’estremamente piccolo

La medicina personalizzata è la nuova frontiera verso la quale si stanno indirizzando tutte le grandi aziende farmaceutiche. Essa richiede e richiederà ancora forti investimenti in infrastrutture e in ricerca,  ma già oggi esiste una branchia della medicina che rappresenta una sua anteprima ed è letteralmente difficile da vedere poiché concentrata sull’estremamente piccolo: la nanomedicina.

La nanomedicina, riprendendo una semplice definizione da Wikipedia, non è altro che “l’applicazione medica delle possibilità derivanti dalle nanotecnologie”, capace proprio per questo di superare la distinzione normalmente esistente fra chimica, biologia e fisica, e questo proprio grazie al fatto di essere una tecnologia con dimensioni che si misurano in nanometri. Giusto per dare un riferimento di grandezza, il rapporto esistente fra il nanometro e il metro è il medesimo esistente fra il diametro di una pallina di tennis e quello della terra.

Partendo da questi presupposti è facile immaginare quali siano le enormi potenzialità offerte dalla nanomedicina. Già oggi esistono dei farmaci che nella loro composizione comprendono anche nanoparticelle (di varia natura: si va da grassi a polimeri organici e componenti di virus fino a veri e propri metalli) che fungono da “veicolo” al principio attivo del farmaco per poter così essere somministrato nel momento e nel punto più adatti al fine di ottenere la maggior efficacia possibile contenendo i rischi di reazioni avverse. Attraverso queste caratteristiche è possibile non solo controllare la solubilità e i tempi di rilascio, ma anche far effettuare un rilascio “multistadio” attraverso la “liberazione” un solo principio attivo in più fasi e in differenti situazioni oppure permettendo l’assunzione contemporanea di due o più principi attivi che in seguito possono venire rilasciati in momenti diversi uno dall’altro, andando a colpire le loro specifiche cellule-obiettivo.

La registrazione di un farmaco

Con il mio precedente post dal titolo Come nasce un farmaco ho cercato di illustrare quali siano le fasi che permettono la realizzazione di un farmaco attraverso una graduale selezione che da un gruppo iniziale di circa 10.000 molecole e dopo studi preclinici e clinici arriva ad individuarne una sola. Ma cosa succede una volta che il farmaco ha superato tutti le sperimentazioni previste? Quali sono le fasi che consentono la sua commercializzazione?

Il farmaco deve essere sottoposto ad altri passaggi:

  •  il processo di registrazione, il che significa ottenere l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco);
  •  l’attribuzione del prezzo e della classe di rimborsabilità (attività rientrante nel processo di registrazione ma con delle proprie peculiarità).

Con il contributo odierno si descriveranno le diverse procedure di registrazione senza entrare nel dettaglio del sotto processo di attribuzione di prezzo e della classe di rimborsabilità. L’importanza e le peculiarità di questo iter consigliano una sua descrizione in un post ad esso esclusivamente dedicato.

Come nasce un farmaco

Durante tutti i mesi di vita di MioPharma Blog ho trattato i più svariati argomenti: dalla comunicazione a come è organizzato il sistema sanitario nazionale, dagli studi relativi a patologie, caratteristiche della popolazione, peculiarità del nostro sistema industriale alle innovazioni medico-diagnostiche quasi fantascientifiche che potranno avere un impatto rivoluzionario nel prossimo futuro. Ciò che non ho ancora trattato in tutto questo tempo è la risposta ad una domanda semplice ma anche scontata: come nasce un farmaco? O meglio: quali procedura deve seguire (e quali step deve superare) un principio attivo per essere pronto ad ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio?

In una prima fase di ricerca di base, i laboratori di ricerca farmaceutica solitamente applicano il cosiddetto metodo dello screening: vengono testate un gran numero di molecole (circa 10.000) individuando solo successivamente il settore di applicazione (in alternativa si può procedere dapprima all’individuazione di quest’ultimo e in seguito all’esecuzione di test su molecole ad esso relativo, ma tale procedura è applicata in pochi casi). E’ in questa fase che avviene il deposito del brevetto e alla fine di questa primo passaggio solitamente vengono selezionate un massimo di 100 molecole che saranno soggette a test nello step degli studi preclinici.

Supercomputer e medicina personalizzata

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Stavo cercando del materiale per scrivere un nuovo post quando ho dato un’occhiata al sito del Corriere della Sera per vedere quali fossero in quel mentre le ultime notizie. Scorrendo la Home Page ho però notato un piccolo trafiletto dal titolo “Un supercomputer sceglie le medicine più adatte contro l’HIV” ed allora, incuriosito, ho dato una rapida lettura a questo articolo.

Nel pezzo scritto da Emanuela Di Pasqua viene reso noto che grazie all’impiego di un supercomputer un team di ricercatori della University College di Londra guidati dal Professor Peter Conevey, con la collaborazione di altri colleghi della Rutgers University del New Jersey, sono riusciti ad individuare le caratteristiche genetiche del virus HIV quando questi si trova in uno specifico corpo umano. La presentazione di tali risultati è avvenuta in occasione del meeting annuale della American Association for the Advancement of Sciences (AAAS).

La Salute e i Social Networks

Ogni volta che ci ripenso, mi sembra di essere iscritto a Facebook da così tanto tempo che oggi, onestamente, non saprei proprio dire da quanto. La medesima considerazione vale anche per LinkedIn, mentre per Twitter e Google+ la mia memoria funziona ancora bene in quanto la mia registrazione a questi due social networks è avvenuta due anni fa. Immagino che anche molte altre persone oggi non ricordino il momento esatto in cui si sono iscritte al o ai social networks da loro maggiormente utilizzati. Eppure sono trascorsi appena dieci anni, anno più anno meno, dall’affermazione in grande scala dell'”era social” nel mondo web.

Infatti, in questi anni abbiamo potuto osservare la travolgente ascesa dei social network come nuovi strumenti di comunicazione interattiva. I numeri di iscritti e il giro di affari prodotto da Facebook, Twitter, LinkedIn, Google+, Youtube e, più recentemente, di Pinterest dimostrano come da un decennio a questa parte i social networks stiano completamente rivoluzionando le modalità di comunicazione non solo fra le persone ma anche fra le aziende e i propri clienti/stakeholders.

Il mondo della salute, della medicina e del farmaco è uno degli ambiti in cui la penetrazione dei social networks (e l’evoluzione tecnologia in genere) sta avanzando a grande velocità determinando diversi cambiamenti: dalla natura del rapporto fra medico e paziente, alla nascita di vere e proprie communities aventi come materia di discussione una determinata patologia (o area terapeutica) rendendo così possibili scambi di opinioni e di esperienze fra malati; o ancora, l’evoluzione delle strategie comunicative messe in atto dalle aziende farmaceutiche verso pazienti e consumatori.