Vincenzo Coluccia: il tycoon dell’informazione in ambito healthcare

Vincenzo Coluccia

Il Dottor Vincenzo Coluccia è uno dei protagonisti dell’editoria legata al settore healthcare italiano; ma non solo: un imprenditore che ha dato vita a numerose attività collegate alla sanità e alla farmaceutica. La voglia di intraprendere lo sta portando a ridefinire gli assetti del suo gruppo e a creare PKE, la società che promette di essere un nuovo grande competitor nella campo delle banche dati del settore sanitario.

 

Il coraggio di intraprendere

Avere l’occasione di conversare con il Dottor Vincenzo Coluccia significa confrontarsi con una delle personalità più eclettiche e intraprendenti dell’intero settore Life Sciences italiano ed attuale Amministratore Delegato di PKE. In passato è stato fondatore e amministratore Delegato di Edra e ha avviato numerose iniziative imprenditoriali sempre spinto dalla convinzione della bontà delle sue idee (DS Medica, Biolitec Italia, Doctorshop, Dentalleader, ecc.).

In 38 anni di attività imprenditoriale ho avviato numerose attività, tutte molto innovative e di frontiera. Ho sempre rischiato in proprio, con una certa creatività e identificando paradigmi di impresa non convenzionali. Le mie attività si sono finanziate quasi sempre con il mercato.

Conversando con il Dottor Coluccia ci si può rendere conto da subito della sua profonda conoscenza della sanità italiana e delle sue dinamiche, ma tutto ciò unita ad una chiara prospettiva di quale rivoluzione possa essere l’avvento delle tecnologie digitali per il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

L’evoluzione del Mercato dei Farmaci Oncologici

Per il mondo dell’industria farmaceutica l’estate appena trascorsa è stata contraddistinta dalle vicende che hanno visto come protagonista principale Medivation, azienda biofarmaceutica americana di San Francisco che ricerca, sviluppa e commercializza trattamenti antitumore e produttore di Xtandi, il farmaco più venduto contro il cancro alla prostata.

Già durante la primavera appena trascorsa Sanofi aveva dimostrato il proprio interesse per la società offrendo agli azionisti di Medivation un prezzo di $52,50 ad azione, attribuendo così alla compagnia un valore complessivo di 9,3 miliardi di Dollari (pari a 8,2 miliardi di Euro). Ma alla fine, dopo che nelle successive trattative e negoziazioni si era inserita anche Celgene, è stata Pfizer a concludere un accordo che le ha permesso di acquisire la società per una cifra complessiva di 14 miliardi di Dollari.

Questo non è che l’ultimo capitolo di una serie di operazioni di M&A che stanno caratterizzando il settore dell’oncologia: infatti recentemente Stemcentryx, azienda specializzata nell’oncologia polmonare, è stata oggetto di acquisizione da parte di Abbvie con un accordo di 10 milioni di Dollari, e Celator Pharmaceutical Inc, produttrice di farmaci antileucemici, è stata acquisita da Jazz Pharmaceutical per un controvalore di 1,5 miliardi di Dollari. Non ultima, l’acquisizione di Cormorant Pharmaceuticals, azienda biotecnologica svedese attiva nella produzione sia di farmaci oncologici sia di contrasto alle malattie rare, da parte di Bristol-Myers Squibb per 520 milioni di Dollari.

Sistemi sanitari e invecchiamento della popolazione: studio OCSE

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L’invecchiamento della popolazione globale è comunemente riconosciuto come una delle criticità presenti e future con cui i sistemi sanitari di tutti gli Stati, siano essi evoluti o in via di sviluppo, si devono o si dovranno necessariamente confrontare, ed è questo uno dei presupposti alla base dello studio “Ageing: Debate the Issue” pubblicato dall’OCSE. Tale processo ha avuto inizio dopo la fine della seconda guerra mondiale e sta tuttora continuando: nel 2014 la popolazione mondiale con più di 60 anni di età è stata di 868 milioni di persone pari al 12% della popolazione mondiale, e le previsioni al 2050 vedono queste cifre salire rispettivamente a 2,03 miliardi e al 21%.

Ocse - Dinamica della popolazione anziana mondiale

Report Health Statistics 2015 dell’OCSE

Nonostante siano passati più di cinque anni dall’inizio della crisi finanziaria mondiale del 2009, i suoi effetti stanno ancora condizionando le dinamiche politiche e sociali delle singole nazioni e di interi continenti. Ciò risulta chiaramente evidente da alcuni avvenimenti all’ordine del giorno come la crisi greca; l’avvento di nuovi settori industriali a scapito di alcuni che fino a qualche anno fa erano di importanza strategica; una nuova mappa mondiale del potere economico e politico. Ma profondi cambiamenti sono avvenuti anche nell’ambito di tematiche che hanno un impatto rilevante nella nostra vita quotidiana, e la sanità non può non rientrare fra queste.

Infatti, da qualche anno a questa parte l’OCSE attraverso la pubblicazione periodica del Report “Health Statistics” in un certo senso ufficializza, con la diffusione di dati, grafici e numeri, il forte impatto che la crisi ha avuto sulla spesa sanitaria dei paesi che fanno parte dell’organizzazione internazionale: con l’Health Statistics 2015 viene reso noto che il tasso di crescita della spesa sanitaria ha toccato per la prima volta la percentuale dell’1% nel 2013 dopo che nel 2010 tale tasso era precipitato ad una cifra prossima allo zero. Va tuttavia considerato che nel periodo 2000-2009 il tasso di crescita medio della spesa sanitaria è stato del 3,8%.

La valutazione della Sanità Pubblica nel Rapporto Annuale ISTAT 2015

Nonostante tutto gode ancora di una buona reputazione. Anche se attaccato, considerato (a torto o a ragione) poco efficiente, costoso, assolutamente non in linea con gli standard raggiunti da altri modelli; nonostante scandali, corruzione, inchieste, sprechi, baronie, nepotismi vari. Nonostante tutto ciò, il nostro Sistema Sanitario Nazionale sembra godere ancora di una buona reputazione. Almeno questo è quello che  risulta leggendo le pagine del Rapporto Annuale Istat 2015, nel quale il criterio della qualità percepita, oltre a quello dell’accessibilità all’assistenza, viene preso come parametro per misurare l’equità allocativa presente nelle varie regioni italiane.

Nel complesso, il 60,8% della popolazione adulta esprime un giudizio positivo sul SSN pubblico, anche se, “spaccando” tale dato su scala regionale, risultano esserci forti differenze di valutazione fra regione e regione, in particolare fra quelle sottoposte a piani di rientro e quelle che non sottostanno a tali programmi di controllo dei costi sanitari. E, come riporta l’ISTAT, si sta assistendo ad una polarizzazione dei giudizi, con punte del 30% di cittadini molto soddisfatti della sanità pubblica nelle regioni del Nord, mentre in quelle del Sud Italia la quota dei fortemente insoddisfatti tocca punte del 30%.

Alcune considerazioni sulla spesa sanitaria italiana

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Sicuramente avrete notato che durante i talk-show trasmessi da varie reti televisive molto spesso l’attenzione viene posta sull’ammontare complessivo della spesa sanitaria pubblica italiana e di come da essa sia possibile ottenere dei forti risparmi da impiegare per cercare di diminuire il deficit statale. L’insistenza su tale punto è tale da essere diventata quasi un mantra, come se si volesse far passare il messaggio che la sanità pubblica è un colabrodo che sperpera una somma immane di denaro senza produrre dei risultati.

E’ innegabile, e lo ho sottolineato più volte anche su questo blog, che la sanità pubblica italiana ha alcuni rilevanti problemi organizzativi, di inadeguatezza nell’offerta di prestazioni sanitarie rispetto ai fondi impiegati per renderle disponibili, e di spreco di risorse pubbliche, se non addirittura di vera e propria corruzione.
Tuttavia, se si confronta livello di spesa sanitaria pubblica in Italia con quello degli altri paesi dell’Unione Europea e dell’OCSE, ci si può rendere conto di come il nostro livello di spesa non sia così elevato

La spesa sanitaria dei paesi OCSE

La crisi economica e i suoi effetti fanno parte ormai nostra narrazione quotidiana: tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con gli effetti della crisi finanziaria del 2008 e con la conseguente “crisi del debito” che ha avuto inizio nel 2011. Ed anche se ciò non ci può aver toccato in modo diretto, sicuramente abbiamo avuto amici e/o conoscenti che si sono trovati in una difficile situazione o per la perdita del proprio lavoro, o per l’impossibilità di accedere al credito bancario o per altre situazioni che possono essere occorse durante questo periodo.

Adottando un’ottica più generale, il crollo del Prodotto Interno Lordo e la conseguente pressione sui conti pubblici ha indotto i governi che si sono succeduti durante questo periodo ad aumentare la tassazione (attraverso l’aumento di aliquote sulle imposte già esistenti o l’introduzione di nuove) e (cercare di) diminuire la spesa pubblica. E poiché la spesa sanitaria rappresenta uno dei maggiori capitoli di spesa, si è intervenuto anche su questa, come già segnalato in alcuni miei interventi su questo blog.

Gli squilibri della sanità italiana: il Rapporto OASI 2013

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Penso che leggere e riflettere sui temi contenuti nel Rapporto OASI 2013, redatto e pubblicato dal Cergas (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale) della Bocconi, mi porterà via un po’ di tempo: sia per il numero di pagine che lo compongono sia, cosa ben più importante, per la varietà degli argomenti in esso ricompresi.

Prima della sua presentazione, avvenuta il 20 gennaio 2014 presso la Bocconi di Milano, ignoravo la sua esistenza (anche se il documento viene redatto annualmente a partire dal 2000), ma già dalla lettura dell’indice e di alcuni capitoli che lo compongono ho notato che alcuni degli argomenti in esso trattati, e riportati nell’Executive Summary, sono già stati oggetto di analisi in qualche post del mio blog, il che mi consentirà di effettuare ulteriori approfondimenti su di essi:

Associazione fra medici generici: risultati di una rilevazione

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 Come avranno già intuito coloro che seguono più o meno continuativamente questo blog, e come ho indicato già a partire dal mio primo post pubblicato a settembre, ho sempre tentato di dare una particolare attenzione sulle cure primarie e sulla loro evoluzione in seguito all’entrata in vigore delle norme previste dal Decreto Balduzzi. Per questo motivo, quando in questi giorni ho letto un articolo apparso su Quotidianosanità.it dove vengono riportati i risultati di un’indagine svolta dalla Fondazione Istud sull’impatto che la riforma delle cure territoriali sta avendo sui cittadini in termini di quantità e qualità delle prestazioni offerte, ho deciso di tralasciare almeno per questa volta una delle regole che mi sono dato (non trattare immediatamente un argomento appena pubblicato da un’altra fonte) e di condividere i risultati di questa ricerca.

 In questo articolo di Quotidianosanità.it vengono resi noti i risultati di un complesso progetto di ricerca condotto dalla Fondazione Istud che ha previsto due rilevazioni che hanno visto coinvolti rispettivamente 398 cittadini e 128 professionisti sanitari, e un attento esame effettuato sugli atti ufficiali di tutte le regioni italiane, a cui ne è stato affiancato un’altra svolta sul campo in dieci regioni (Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Veneto). Inoltre, a questi vanno aggiunte anche le interviste che hanno visto il coinvolgimento di politici e funzionari regionali con potere decisionale nell’ambito della politica sanitaria.

Organizzazione della rete ospedaliera e chiusura dei piccoli ospedali

 

Uno dei temi principali che ogni sistema sanitario deve affrontare e sottoporre ad una continua verifica è quello relativo all’organizzazione della propria rete ospedaliera. Esso infatti è un aspetto molto importante per gli impatti che può determinare sull’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure secondarie, sui costi per il sistema sanitario pubblico (con conseguente impatto sulla politica  fiscale e sulle finanze pubbliche), e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (in primis sul benessere generale e sugli aspetti occupazionali).

Per tali motivi, è abbastanza comprensibile che la proposta (l’ennesima) di chiudere o riconvertire 175 presidi ospedalieri dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti, contenuta nella bozza di Patto per la Salute presentato dal Ministero della Salute alle Regioni al fine di dare il via ad una trattativa sui contenuti di tale documento ed arrivare alla firma dello stesso, abbia incontrato non poche resistenze da parte degli assessorati regionali alla sanità e dei residenti delle zone ove sono collocate strutture ospedaliere con tali caratteristiche. Preoccupazioni e proteste del tutto comprensibili, come tuttavia è del tutto condivisibile lo sforzo di limitare lo spreco di risorse pubbliche attraverso una razionalizzazione del sistema.