La valutazione della Sanità Pubblica nel Rapporto Annuale ISTAT 2015

Nonostante tutto gode ancora di una buona reputazione. Anche se attaccato, considerato (a torto o a ragione) poco efficiente, costoso, assolutamente non in linea con gli standard raggiunti da altri modelli; nonostante scandali, corruzione, inchieste, sprechi, baronie, nepotismi vari. Nonostante tutto ciò, il nostro Sistema Sanitario Nazionale sembra godere ancora di una buona reputazione. Almeno questo è quello che  risulta leggendo le pagine del Rapporto Annuale Istat 2015, nel quale il criterio della qualità percepita, oltre a quello dell’accessibilità all’assistenza, viene preso come parametro per misurare l’equità allocativa presente nelle varie regioni italiane.

Nel complesso, il 60,8% della popolazione adulta esprime un giudizio positivo sul SSN pubblico, anche se, “spaccando” tale dato su scala regionale, risultano esserci forti differenze di valutazione fra regione e regione, in particolare fra quelle sottoposte a piani di rientro e quelle che non sottostanno a tali programmi di controllo dei costi sanitari. E, come riporta l’ISTAT, si sta assistendo ad una polarizzazione dei giudizi, con punte del 30% di cittadini molto soddisfatti della sanità pubblica nelle regioni del Nord, mentre in quelle del Sud Italia la quota dei fortemente insoddisfatti tocca punte del 30%.

Alcuni aspetti sulla diffusione dell’ICT nella sanità italiana

Eppur si muove. Anche se lentamente e non senza difficoltà, la diffusione della digitalizzazione nella sanità pubblica sta gradualmente prendendo piede, anche se permane la sensazione che sul tema si facciano ancora più studi e convegni che passi concreti. Tuttavia, come reso noto durante il convegno “Innovazione Digitale in Sanità: dai patti ai fatti” dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità, nel 2014 si è assistito ad un aumento degli investimenti in digitalizzazione sanitaria del 17%, consentendo a questi ultimi di raggiungere una quota pari a 1,37 miliardi di Euro. Tali dati, seppur positivi, non possono essere considerati particolarmente esaltanti in quanto il totale degli investimenti  in digitalizzazione hanno raggiunto il livello già registrato nel 2010, e perché rappresentano solamente l’1,3% dell’intera spesa sanitaria pubblica.

Eppure la “diagnosi” su quali siano i problemi che non permettono una rapida diffusione della digitalizzazione nell’ambito della sanità pubblica è perlopiù la medesima fra tutti gli attori coinvolti: dalle istituzioni, nazionali e regionali, ai responsabili delle aziende sanitarie, alle aziende ITC che operano nella campo della e-health. A fronte di alcune esperienze condotte con successo da alcune regioni e di progetti che gradualmente si stanno diffondendo in tutta Italia come il Fasciolo Sanitario Elettronico (FSE), il quadro dell’e-health a livello nazionale è tuttora molto frammentato:  sia a livello normativo, talvolta non coerente nella regolamentazione dei rapporti tra la sanità pubblica e il mercato dell’Information Technology, sia a livello di processi e standard di riferimento utilizzati per lo svolgimento delle medesime attività ITC in ambito digitale, il più delle volte differenti da Regione a Regione (se non da Asl ad Asl).

La spesa sanitaria delle regioni e il focus sulla farmaceutica

In molti dei miei interventi ho sempre sostenuto che l’attuale livello della spesa sanitaria pubblica in Italia presa nel suo complesso se rapportata al PIL è pienamente in linea con la media dei paesi OCSE ed è più bassa rispetto a quella di altri grandi paesi europei come la Germania e la Francia. Attraverso alcuni di questi miei contributi ho anche tentato di dimostrare che la spesa sanitaria pubblica è attualmente in calo, ma con la pubblicazione dello studio intitolato “Andamento della spesa Sanitaria nelle Regioni – Anni 2008-2013” redatto da Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), è possibile comprendere ancora meglio che, facendo riferimento alle cifre assolute, il calo della spesa sanitaria ha avuto inizio a partire dal 2010, anno in cui la spesa si è attestata su di una cifra pari a 112,6 miliardi di Euro, per arrivare agli 111,6 miliardi di Euro del 2013.

SSN e Sostenibilità: il Rapporto OASI 2014

Una delle principali tesi che ho cercato di sostenere attraverso alcuni miei post sul presente blog in questi ultimi quindici mesi (vale a dire da quando ho dato avvio all’avventura di MioPharma Blog) è quella di ritenere il nostro sistema sanitario nazionale e le prestazioni da esso garantite assolutamente sostenibili. E’ vero che ci sono ancora ampie sacche di inefficienze e sprechi su cui poter intervenire e veri e propri casi di corruzione da dover perseguire, ma in vari studi e pubblicazioni il rapporto della spesa sanitaria pubblica sul PIL risulta essere in linea con la media dei paesi OCSE.

E devo dire di essere rimasto rinfrancato quando ho potuto constatare che anche il Rapporto OASI 2014, redatto da Cergas e SDA Bocconi e presentato lo scorso 24 Novembre a Milano, giunge alla medesima conclusione. Infatti, stando alle cifre e alle percentuali riportate nel rapporto, nel 2013 si è verificato un calo della spesa dell’1,2% rispetto al 2012 pari a 112,6 miliardi di Euro, determinando il calo del rapporto spesa sanitaria pubblica/PIL dal 7,3% del 2012 al 7,2% del 2013. In questo quadro, il disavanzo sanitario si è attestato all’1% della spesa corrente (pari a circa 1-1,5 miliardi di Euro), una percentuale che è rimasta stabile a partire dal 2011.

Organizzazione della rete ospedaliera e chiusura dei piccoli ospedali

 

Uno dei temi principali che ogni sistema sanitario deve affrontare e sottoporre ad una continua verifica è quello relativo all’organizzazione della propria rete ospedaliera. Esso infatti è un aspetto molto importante per gli impatti che può determinare sull’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure secondarie, sui costi per il sistema sanitario pubblico (con conseguente impatto sulla politica  fiscale e sulle finanze pubbliche), e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (in primis sul benessere generale e sugli aspetti occupazionali).

Per tali motivi, è abbastanza comprensibile che la proposta (l’ennesima) di chiudere o riconvertire 175 presidi ospedalieri dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti, contenuta nella bozza di Patto per la Salute presentato dal Ministero della Salute alle Regioni al fine di dare il via ad una trattativa sui contenuti di tale documento ed arrivare alla firma dello stesso, abbia incontrato non poche resistenze da parte degli assessorati regionali alla sanità e dei residenti delle zone ove sono collocate strutture ospedaliere con tali caratteristiche. Preoccupazioni e proteste del tutto comprensibili, come tuttavia è del tutto condivisibile lo sforzo di limitare lo spreco di risorse pubbliche attraverso una razionalizzazione del sistema.

I modelli di organizzazione dei Servizi Sanitari Regionali

 

Lo scorso 30 settembre la Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha dato il via libera al progetto di legge regionale che prevede la fusione delle Aziende Sanitarie Locali di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini in un’unica ASL a partire dal 1 gennaio del 2014. Apparentemente può sembrare una notizia di non particolare importanza, ma poiché riguarda una delle regioni benchmark per l’intero SSN e questa riorganizzazione è relativa ad una fetta non indifferente del suo territorio e della sua popolazione, non è escluso che tale fusione possa essere il primo passo per il ripensamento dell’intera organizzazione sanitaria regionale emiliana e, a cascata, indurre altre regioni a rivedere la propria struttura.

Vorrei cogliere l’occasione datami da questa notizia per descrivere brevemente quanti e quali sono i quattro modelli organizzativi attualmente in uso nei diversi Servizi Sanitari Regionali:

Ma esiste una strategia per il Sistema Sanitario Nazionale?

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Dopo le dure condizioni imposte dal Trattato di Versailles nel 1919, il ruolo di comandante in capo dell’esercito tedesco fu assegnato al Generale Hans von Seeckt: uomo con innate doti di comando e una forte capacità tattico-strategica, egli ebbe il difficile compito di riorganizzare l’esercito tedesco disunito, disorganizzato e prostrato dalla guerra. Inoltre, dovette subire anche numerose imposizioni: non superare il numero di 100.000 uomini, non dotarsi né di carri armati né di aviazione e, in seguito alle pesanti riparazioni imposte dalle potenza dell’Intesa, non ebbe a disposizione nemmeno grandi risorse finanziarie.

Eppure nel 1926, anno di congedo del generale von Seeckt, l’esercito tedesco era diventato uno dei più moderni, efficienti ed efficaci dell’epoca: una forza armata di professionisti d’elite, altamente qualificata, ottimamente equipaggiata, preparata sia culturalmente che tecnicamente, ed estremamente mobile sia negli uomini che nei mezzi.

Ciò fu possibile perché von Seeckt aveva un obiettivo ben chiaro (la creazione di un nuovo esercito efficiente ed efficace), e per raggiungere questo suo fine impostò una strategia, e la  mise in atto adattandola continuamente alle condizioni non favorevoli che l’ambiente esterno gli pose dinanzi.

Il mio scenario sulla futura dispensazione dei farmaci

 

Nella mia quotidiana attività di ricerca lavorativa mi avvalgo principalmente di LinkedIn e delle funzionalità che esso mette a disposizione (devo dire che fino a questo momento i riscontri non sono stati particolarmente incoraggianti ma la speranza è l’ultima a morire), in particolare dei gruppi e delle possibilità da essi offerte.

Fra i gruppi ai quali sono iscritto ci sono anche quelli dedicati alla ricerca di lavoro e in molti di questi ho sempre trovato numerosi interventi e annunci dedicati alla ricerca di Informatori Scientifici del Farmaco. La figura dell’ISF è stata oggetto di un forte ridimensionamento negli ultimi anni, ma a quanto pare sembra ancora essere abbastanza richiesta anche se le numerosità degli addetti è notevolmente diminuita dall’inizio degli anni 2000.

Ciò significa che le aziende farmaceutiche stanno costantemente adeguando la loro forza vendite ai continui mutamenti del mercato e del sistema sanitario nazionale. Partendo da questa considerazione, mi sono ritrovato a pensare su come in un prossimo futuro potrebbe cambiare lo scenario della sanità italiana nell’ambito della dispensazione dei farmaci, in particolare per quelli ricompresi nella classificazione A o H di rimborsabilità, e a quali vincoli dovranno attenersi i soggetti e le istituzioni del SSN atte a questo compito.