SSR e performance: il rapporto di CREA Sanità


Circa un anno fa avevo pubblicato un post dal titolo Il Rapporto CREA-Sanità: gli Stakeholders e i Sistemi Sanitari Regionali con il quale ho descritto per sommi capi quale fosse il metodo e i relativi “pesi” utilizzati dai ricercatori del CREA per redigere il loro rapporto sui sistemi sanitari regionali. La terza edizione di questo progetto intitolato Una misura di performance dei SSR è stata presentata lo scorso 13 gennaio presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica a Roma.

Vista la complessità e il livello di dettaglio raggiunto nella determinazione del livello di performance, oltre all’estrema lunghezza che una tale descrizione necessita, per avere informazioni più dettagliate a riguardo è consigliabile leggere i relativi capitoli del rapporto, ma va sottolineato che nel presente rapporto il “peso” agli indicatori viene attribuito attraverso le preferenze espresse dagli stakeholders. Va anche specificato che non è possibile effettuare un confronto fra i dati di performance del Rapporto di quest’anno e i dati riportati in  quello dell’anno scorso, in quanto è stato applicato un piccolo cambio di metodologia ed i panelisti coinvolti nelle rilevazioni hanno adottato un differente approccio.

Il Rapporto CREA-Sanità: gli Stakeholders e i Sistemi Sanitari Regionali

La valutazione delle performance di un sistema sanitario e la loro comparazione con quelle riportate da altri sistemi sanitari è un esercizio di non poco conto e di difficile esecuzione, soprattutto quando si mettono a confronto i sistemi sanitari nazionali caratterizzati da logiche assistenziali e gestionali profondamente diverse tra loro. La maggior difficoltà sta nell’individuare quanti e quali sono i paramenti chiave a cui fare riferimento e, soprattutto, che “peso” attribuire ad ognuno di esso, senza dimenticare che anche il metodo di calcolo utilizzato ha una forte influenza sul risultato finale.

Già nel novembre 2013 avevo scritto un post relativo a questo argomento dal titolo La valutazione generale del sistema sanitario con il quale riportavo la forte anomalia rappresentata dalla posizione del nostro sistema sanitario in due diverse graduatorie: in una, quella di Bloomberg, era posizionato al sesto posto, mentre in un’altra, quella stilata dall’Euro Health Consumer Index, esso risultava posizionato al ventesimo posto. Neanche a farlo apposta, dopo circa un anno il divario fra queste due rilevazioni è diventato ancora più ampio, con la classifica di Bloomberg che posiziona il nostro sistema sanitario al terzo posto al mondo, mentre nella classifica di Euro Health Consumer Index esso viene piazzato al ventunesimo posto. Ciò fa capire come l’avere in maggiore considerazione o meno alcuni aspetti (la classifica Bloomberg pone maggiore attenzione sull’efficienza, mentre l’Euro Health Consumer Index si pone l’obiettivo di valutare i sistemi nel loro complesso) possa avere un’influenza decisiva nella determinazione del risultato finale.

La Riforma Sanitaria Lombarda

Vivendo in Lombardia non posso evitare di trattare l’argomento sanità nel momento in cui tale materia sta diventando uno dei temi di maggior attenzione del dibattito regionale, in seguito al progetto di riforma sanitaria approvato dalla giunta Maroni e già anticipato questa estate con la pubblicazione di un Libro Bianco ad essa dedicata. Non è difficile comprendere l’importanza che un progetto di riforma della sanità lombarda riveste non solo per la Regione ma anche per l’intero quadro nazionale. Infatti la Lombardia ha poco meno di 10 milioni di abitanti, pari ad un sesto dell’intera popolazione italiana, ed è la prima regione italiana per importanza economica poiché da sola contribuisce per circa un quinto all’ammontare complessivo del PIL italiano.

Ma in ambito sanitario essa ha un ruolo ancora più rilevante in quanto è la sola regione italiana che fin dalla riforma del 1997 ha adottato un modello di organizzazione di quasi-mercato, riconoscendo al cittadino la “libertà di scelta“, vale a dire la possibilità di rivolgersi indistintamente e senza costi aggiuntivi sia alle strutture pubbliche sia alle strutture private convenzionate con il sistema sanitario regionale attraverso lo strumento dell’accreditamento. Caposaldo che viene ribadito anche nella proposta di riforma approvata dalla giunta regionale, insieme a quello della competitività fra pubblico e privato ed accanto alla presentazione di un rinnovato modello di organizzazione che separa le funzioni di programmazione, erogazione delle prestazioni sanitarie e di controllo, e alla definizione della nuova mission della sanità lombarda tesa a favorire il passaggio dalla “cura” al “prendersi cura”.

I modelli di mercato dei Sistemi Sanitari

In questi giorni mi è capitato di rileggere il mio post dal titolo “I modelli di organizzazione dei Servizi Sanitari Regionali” pubblicato su questo blog qualche mese fa, e facendo ciò mi sono reso conto che la sola descrizione dei quattro modelli di organizzazione (classico, “lombardo”, ad aree vaste, ad ASL unica) che caratterizzano i sistemi sanitari regionali non è sufficiente per far comprendere come questi funzionano se non si evidenziano anche quali siano i modelli economici esistenti e quali di questi sono adottati nell’ambito del Sistema Sanitario Italiano.

Nella presentazione “L’organizzazione del Sistema Sanitario Italiano” avevo già composto una slide su questo tema, e penso che riportare l’immagine della elaborata in quella occasione possa essere utile per orientarsi nel comprendere quali siano i modelli economici di riferimento:

Organizzazione del Sistema Sanitario Italiano - Dino Biselli - Febbraio 2013

Organizzazione della rete ospedaliera e chiusura dei piccoli ospedali

 

Uno dei temi principali che ogni sistema sanitario deve affrontare e sottoporre ad una continua verifica è quello relativo all’organizzazione della propria rete ospedaliera. Esso infatti è un aspetto molto importante per gli impatti che può determinare sull’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure secondarie, sui costi per il sistema sanitario pubblico (con conseguente impatto sulla politica  fiscale e sulle finanze pubbliche), e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (in primis sul benessere generale e sugli aspetti occupazionali).

Per tali motivi, è abbastanza comprensibile che la proposta (l’ennesima) di chiudere o riconvertire 175 presidi ospedalieri dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti, contenuta nella bozza di Patto per la Salute presentato dal Ministero della Salute alle Regioni al fine di dare il via ad una trattativa sui contenuti di tale documento ed arrivare alla firma dello stesso, abbia incontrato non poche resistenze da parte degli assessorati regionali alla sanità e dei residenti delle zone ove sono collocate strutture ospedaliere con tali caratteristiche. Preoccupazioni e proteste del tutto comprensibili, come tuttavia è del tutto condivisibile lo sforzo di limitare lo spreco di risorse pubbliche attraverso una razionalizzazione del sistema.

L’eccessiva lunghezza delle liste di attesa

 

In alcuni mie precedenti interventi ho fatto riferimento al problema della eccessiva lunghezza delle liste di attesa per l’effettuazione di visite diagnostiche e specialistiche. A tal proposito posso riportare la mia esperienza personale risalente a circa un anno fa e quella più recente di mia madre.

Nel mese di novembre del 2012, il mio occhio destro cominciò ad avere qualche piccolo problema: un po’ di lacrimazione eccessiva, un certo senso di limitato fastidio, ed infine la comparsa di una “mosca” che ancora oggi continua a vagare allegramente nel mio campo visivo. Un pochettino allarmato, feci qualche controllo sul web è scoprii che molto probabilmente si trattava di un piccolo problema all’Umor Vitreo alcuna gravità. Comunque decisi di farmi controllare da un’oculista e la prima cosa a cui pensai fu quella di rivolgermi al Servizio Sanitario lombardo. Poiché allora lavoravo in Vodafone in zona Lorenteggio a Milano, chiesi a mia madre di prenotare una visita, ma il primo impatto fu sconfortante: la prima data utile fornita dal centro unico di prenotazione per tutti gli ospedali pubblici presenti nei dintorni di Monza era quella di giugno 2013 (7 mesi) mentre per quelli privati convenzionati si riusciva ad avere la disponibilità per aprile 2013. Mia madre allora si recò direttamente presso l’ospedale di Desio (quello più vicino a noi) e allora gli fu proposta la data di gennaio 2013 (tempistica molto umana). In questo caso, ciò che lasciò abbastanza sorpresi fu la mancanza di coordinamento informativo fra il CUP telefonico e la struttura ospedaliera.

Gli ESTAV (Enti per i Servizi Tecnico Amministrativi di Area Vasta)

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Leggendo questo post, coloro che di tanto in tanto danno un’occhiata a ciò che scrivo inizieranno a pensare che sono fissato con gli aspetti organizzativi dei servizi sanitari. In parte devo ammettere che è vero: sapere come funziona la “macchina”, quali sono i pezzi che la compongono, come essi funzionano all’interno del meccanismo, come migliorarla: sono aspetti che analizzo volentieri anche per mio interesse personale ma non solo. Avere un’adeguata prospettiva di questi fattori per le aziende farmaceutiche può essere anche la chiave per calibrare meglio le azioni di market access, implementare un processo di comunicazione più efficace, valutare eventuali impatti sugli aspetti regolatori e offrire spunti per analisi che posso avere un forte impatto sulle attività di marketing.

Così, prendendo spunto dalla notizia datata 15 novembre, relativa all’approvazione da parte della giunta della regione Toscana della proposta di legge che ha come obiettivo la creazione di un unico Estar (Ente di Supporto Tecnico Amministrativo Regionale) che sostituirà i tre Estav già esistenti, in questa sede voglio offrire una breve descrizione di questi ultimi.

Le Case della Salute

Nella mattinata di martedì 19 novembre 2013, l’Assessore al diritto alla Salute della Regione Toscana, Luigi Marrone, ha inaugurato la 40° Casa della Salute della Toscana, la prima posta nell’area fiorentina (per la precisione nel comune di Scandicci). Ma questa non è che un altro piccolo step di un piano regionale che ha come obiettivo la costituzione di un totale di 90 Case della Salute entro la primavera del 2014. E una volta che questo piano sarà completato, si procederà al finanziamento di altre 30 da realizzare entro la fine del 2014 (vedi articolo pubblicato su Quotidiano Sanità).

Ma la Toscana non è l’unica regione italiana ad avere in programma la creazione di un’estesa rete di Case della Salute. Un’altra regione con servizi sanitari d’eccellenza come l’Emilia-Romagna ha anch’essa già inaugurato una cinquantina di Case della Salute e programmato l’apertura di un’altra sessantina entro fine anno. Altre regioni che hanno adottato il modello della “Casa della Salute” sono Piemonte, Sicilia, Sardegna, Puglia e, più recentemente, la Calabria. Inoltre, secondo quanto dichiarato dal Presidente Zingaretti non più tardi di due mesi fa, anche la Regione Lazio istituirà Case della Salute per cercare di limitare gli accessi impropri al pronto soccorso e limitare il numero di strutture ospedaliere e di posti letto, allo scopo di rispondere in maniera adeguata ai bisogni sanitari della cittadinanza e limitare la spesa sanitaria regionale (vedi articolo)

I modelli di organizzazione dei Servizi Sanitari Regionali

 

Lo scorso 30 settembre la Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha dato il via libera al progetto di legge regionale che prevede la fusione delle Aziende Sanitarie Locali di Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini in un’unica ASL a partire dal 1 gennaio del 2014. Apparentemente può sembrare una notizia di non particolare importanza, ma poiché riguarda una delle regioni benchmark per l’intero SSN e questa riorganizzazione è relativa ad una fetta non indifferente del suo territorio e della sua popolazione, non è escluso che tale fusione possa essere il primo passo per il ripensamento dell’intera organizzazione sanitaria regionale emiliana e, a cascata, indurre altre regioni a rivedere la propria struttura.

Vorrei cogliere l’occasione datami da questa notizia per descrivere brevemente quanti e quali sono i quattro modelli organizzativi attualmente in uso nei diversi Servizi Sanitari Regionali:

Il Pharma e il passaggio da prodotto-bene a prodotto-servizio

 

Con il precedente post ho pubblicato una piccola riflessione sul modello Hollywood e su come questo possa essere proposto per la realtà del farmaceutico. Con l’attuale contributo, invece, voglio affrontare un argomento ad esso collegato ma ben distinto, ricorrendo ancora una volta a quanto già analizzato da Jeremy Rifkin nel suo “L’era dell’accesso”: la trasformazione del prodotto da bene fisico a servizio.

L’avvento della new economy e la necessaria revisione dei vari business models che essa ha indotto, causando un profondo ripensamento dei modelli fino esistenti fino a poco tempo fa (giungendo addirittura al completo abbandono di alcuni di essi perché oramai divenuti troppo obsoleti e alla contemporanea adozione di nuovi layout meglio aderenti alla rinnovata realtà economico-produttiva), ha favorito sempre più anche l’avvento di una nuova concezione di offerta al cliente che vede come suo atto fondamentale non tanto la vendita di prodotto ma quella del servizio che quest’ultimo può offrire.