La Value Measure nel Future Health Index 2018
L’edizione 2018 del Future Health Index non si limita a valutare lo stato di avanzamento della Connected Care, ma ad essa affianca anche un nuovo indicatore: il Value Measure. Attraverso di esso si vuole offrire la misurazione della capacità del sistema di creare valore valutando il grado di accesso, di soddisfazione e di efficienza del sistema sanitario
L’edizione 2018 del Future Health Index non si limita a valutare lo stato di avanzamento della Connected Care, ma ad essa affianca anche un nuovo indicatore: il Value Measure. Attraverso di esso si vuole offrire la misurazione della capacità del sistema di creare valore valutando il grado di accesso, di soddisfazione e di efficienza del sistema sanitario
La sua prima edizione, pubblicata nel 2016, aveva come obiettivo d’indagine il grado di rapidità con il quale possa essere accolta la Connected Care presso i cittadini, misurando le loro attitudini e percezioni in proposito, mentre l’edizione 2017 ha allargato l’indagine anche ai professionisti sanitari. Con la terza edizione del 2018, il Future Health Index redatto e pubblicato da Philips fa un ulteriore passo in avanti, non limitandosi alla sola analisi dello stato della Connected Care ma introducendo un nuovo parametro di misurazione, il Value Measure, un indicatore in grado di misurare se un sistema è effettivamente capace di creare valore, basato su tre fattori chiave: accesso, soddisfazione ed efficienza.
La value-based healthcare è la strategia che intende definire nuovi modelli sanitari basati sul valore con l’obiettivo di migliorare gli esiti di salute dei pazienti, contenendo costi e risorse.
La ricerca, di carattere globale, ha coinvolto due campioni di popolazione (uno composto da cittadini mentre l’altro da professionisti sanitari (medici ed infermieri)), e sedici paesi a livello globale. Per quel che riguarda l’Italia, le rilevazioni degli anni precedenti hanno messo in luce come entrambi i campioni siano pronti ad accogliere la rivoluzione digitale, a fronte di sistema sanitario che invece risulta essere pigro nel rispondere a questa richiesta di innovazione.
Con Connected Care intendiamo la tecnologia che consente la condivisione delle informazioni tra tutti gli attori coinvolti nel sistema sanitario (medici, infermieri, pazienti, ospedali, specialisti, assicurazioni e istituzioni).
La Connected Care è quindi la base sulla quale costruire un sistema che sia in grado di garantire accesso, soddisfazione ed efficienza, un’infrastruttura in grado raccogliere i dati di salute di ciascun individuo da più fonti, siano esse sanitarie e/o di uso personale, accessibile sia ai cittadini che ai professionisti sanitari, e capace di offrire informazioni di salute in breve tempo garantendo delle efficaci risposte ai bisogni di salute.
Il Future Health Index 2018 conferma quanto già rilevato da altri studi dedicati alla digital health: la popolazione italiana è pronta ad utilizzare le nuove tecnologie dedicate all’ambito sanitario e alla salute in genere, anche se la conoscenza che ne ha di queste ultime non sia molto ampia. Tuttavia, a questo interesse non corrisponde un adeguato impegno per far sì che in Italia si raggiunga un livello accettabile di sviluppo della Connected Care, nonostante in questi ultimi anni si siano intraprese alcune iniziative a tal proposito: dall’analisi dei relativi indicatori, tutti e tre gli indici di riferimento per la Connected Care riferita all’Italia non raggiungono il punteggio medio dei sedici paesi coinvolti nell’indagine.
L’introduzione della Cartella Clinica Elettronica, infatti, è stata un’iniziativa verso la giusta direzione, ma nella raccolta dei dati clinici c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto nell’area prettamente sanitaria. In questo ambito esistono ampi margini di miglioramento poiché la tematica sulla privacy e l’inadeguatezza tecnologica dell’infrastruttura tecnologica italiana hanno agito da freno all’utilizzo individuale di soluzioni wearable (anche se la loro diffusione sta continuando a crescere in modo sostenuto).
Anche l’analisi dei dati clinici in Italia risulta non essersi ancora pienamente affermata, poiché, mentre gli investimenti rivolti all’analisi dei dati per la diagnosi iniziale sono in linea con quelli degli altri paesi, quelli dedicati alla pianificazione del percorso terapeutico sono ancora sotto la media. Infine, un livello di investimenti ancora troppo basso in telemedicina e nella diagnostica per immagini pone il nostro paese in una posizione arretrata rispetto agli altri paesi nell’erogazione dei servizi di cura: nonostante un tasso di adozione di applicazioni pay-to-use per il monitoraggio remoto dei pazienti superiore alla media, l’assistenza sanitaria remota risulta essere limitata non solo dalla mancanza di unità e di personale dedicati alla telemedicina sia in ambito ospedaliero che ambulatoriale e domiciliare, ma anche dall’assenza di processi in grado di definire e regolamentare i flussi di lavoro nel contesto della teleassistenza, sia hospital-to-home che tra gli ospedali stessi.
Le indicazioni provenienti dal nuovo indicatore del Value Measure sono invece più sfumate, anche se pure da esse si ha la conferma che esistono ambiti nei quali occorre maggiore impegno per favorire la creazione di valore.
Se considerato globalmente, il punteggio di questo indice attribuito all’Italia non è molto lontano da quello della media globale (41,78 contro 43,48), ma limitando l’orizzonte all’ambito europeo, la prospettiva cambia radicalmente, poiché in questo caso il punteggio italiano è il fanalino di coda fra quelli dei paesi europei.
Analizzando separatamente i fattori che concorrono alla determinazione di questo punteggio, ciò che concorre maggiormente ad abbassarlo è il fattore legato alla soddisfazione verso i servizi erogati, in particolare quella manifestata dalla popolazione generale, in quanto solo un terzo dei cittadini dichiara che i propri bisogni di salute sono soddisfatti.
Il punteggio relativo all’accesso è in linea con la media globale ma è fra i più bassi fra quelli europei: in questo caso le criticità sono legate alla dotazione di personale e di infrastrutture presente sul territorio nazionale (densità media di professionisti sanitari qualificati e di letti ospedalieri), mentre l’indice relativo all’efficienza (comunque nella media) è fra quelli bassi a livello globale ma fra i più alti a livello europeo: in questo caso il freno è rappresentato dalla spesa sanitaria di poco superiore alla media percentuale del PIL.
Tralasciando per un momento dati ed indici, il messaggio che si ricava dal Future Health Index 2018 è quasi il riassunto di tutti quelli che sono stati elaborati da altri studi e report dedicati alla value-based healthcare pubblicati o presentati nel corso di quest’anno: occorre investire (intelligentemente) in tecnologia non solo per offrire servizi più prossimi al paziente e raccogliere maggiori dati ed informazioni a lui riferiti, ma soprattutto per creare valore: maggiore e migliore assistenza diagnostica e terapeutica, maggiore efficienza, possibilità di superare le iniquità di accesso al sistema e quindi di migliorare la soddisfazione dei cittadini verso di esso. Le indicazioni sono chiare, occorre la volontà e la capacità di metterle in pratica.
Dino Biselli
Fonti Principali
Philips

