Gilead e la digital health dei pazienti oncologici
Gilead Sciences è una multinazionale biofarmaceutica americana che investe molto in ricerca. In Italia questo impegno è dimostrato anche dall’avere intrapreso da nove anni a questa parte due iniziative, il Fellowship Program e il Community Award Program, il cui scopo è sostenere le eccellenze italiane nell’ambito della ricerca scientifica e delle associazioni pazienti. Anche la digital health è un ambito di interesse di Gilead e quest’anno ha sostenuto una ricerca dedicata alla conoscenza, all’uso e all’attitudine verso gli strumenti di digital health tra i pazienti oncologici
Gilead Sciences è una multinazionale biofarmaceutica americana che investe molto in ricerca. In Italia questo impegno è dimostrato anche dall’avere intrapreso da nove anni a questa parte due iniziative, il Fellowship Program e il Community Award Program, il cui scopo è sostenere le eccellenze italiane nell’ambito della ricerca scientifica e delle associazioni pazienti. Anche la digital health è un ambito di interesse di Gilead e quest’anno ha sostenuto una ricerca dedicata alla conoscenza, all’uso e all’attitudine verso gli strumenti di digital health tra i pazienti oncologici
Quando si parla di innovazione nell’industria farmaceutica non è possibile ignorare un’azienda come Gilead Sciences. Infatti, dal 1987, anno della sua fondazione nella città di Foster City in California, l’ormai nota multinazionale biofarmaceutica americana ha sviluppato terapie innovative per patologie molto gravi in numerose aree terapeutiche fra le quali l’infettivologia, l’oncologia, l’ematologia e la pneumologia. Ad oggi il portfolio di Gilead è costituito da 24 farmaci e da altre 32 molecole in sviluppo clinico: ciò conferma che la ricerca scientifica è l’attività sulla quale l’azienda ha investito (e tuttora investe) ingenti risorse, e tale investimento le ha permesso di mettere a disposizione dei pazienti alcune terapie assolutamente rivoluzionarie nel contrasto di alcune patologie molto gravi (come l’HIV e l’HCV), e di essere, insieme a Novartis, la prima azienda ad aver realizzato una terapia CAR-T.
In trent’anni di attività, Gilead è riuscita ad aumentare e consolidare la sua importanza nell’ambito dell’industria farmaceutica mondiale, con una presenza in 35 paesi e una forza lavoro a livello globale di 11.000 addetti, dei quali quasi la metà operano nel dipartimento medico. Nel 2018, Gilead ha realizzato un fatturato 22,1 miliardi di Dollari, di cui 5 miliardi dedicati agli investimenti in Ricerca e Sviluppo. Gilead è presente in Italia dal 2000 e si avvale della collaborazione di oltre oltre 200 dipendenti, con una particolare attenzione alla ricerca che vede coinvolti quasi 80 centri di ricerca nazionali nei 119 studi clinici internazionali attivi (di cui 41 in fase III) promossi dalla multinazionale americana.
L’attenzione alla ricerca da parte di Gilead Sciences trova ampia conferma nell’impegno e la costanza con le quali la multinazionale biofarmaceutica americana promuove da nove anni i due bandi di concorso denominati Fellowship Program e Community Award Program con l’intento di riconoscere e sostenere le eccellenze italiane nell’ambito della ricerca scientifica e delle associazioni pazienti, promuovendo così l’innovazione medico-scientifica e socio-assistenziale.
Come già riportato in altri post di questo blog dedicati a queste due iniziative, il Fellowship Program premia le migliori e più innovative progettualità in ambito medico-scientifico che dimostrino ricadute positive su qualità di vita, outcome clinici e assistenza terapeutica del paziente, mentre il Community Award Program sostiene la realizzazione di progetti e iniziative innovative a utilità diffusa che impattino positivamente sulla qualità di vita del paziente.
La cerimonia di premiazione dell’edizione 2019 dei due programmi, che ha avuto luogo a Milano lo scorso 15 ottobre, è stata anche l’occasione per condividere alcune considerazioni relative ad un ambito di ricerca che da anni rientra a pieno titolo negli ambiti di azione di Gilead: la Digital Health. In particolare, quest’anno l’interesse di Gilead si è concentrato una finalità ben precisa: la conoscenza, l’uso e l’attitudine verso gli strumenti di Digital Health tra i pazienti oncologici. Per indagare su tale obiettivo, la multinazionale americana ha commissionato un’indagine che è stata realizzata dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, in collaborazione con Aimac – Associazione Italiana Malati di Cancro, parenti e amici.
La survey, coordinata da Eugenio Santoro, Responsabile del Laboratorio di Informatica Medica del Mario Negri, ha sottoposto 40 domande ai 537 pazienti oncologici afferenti ad Aimac che vi hanno preso parte. Lo studio ha avuto tre obiettivi principali: l’analisi di come i pazienti oncologici utilizzano internet e i social network per la ricerca di informazioni; la comprensione delle loro attitudini verso l’innovazione digitale; la descrizione degli strumenti tecnologici utilizzati nella comunicazione medico-paziente e la tipologia di contenuti che vengono scambiati.
I risultati della ricerca hanno confermato che internet è una fonte importante di reperimento delle informazioni (74% del campione), secondo solo allo specialista oncologo (81%) e comunque maggiormente consultato rispetto al medico di famiglia. Nell’ambito del mondo web, Google è lo strumento più utilizzato per la ricerca di informazioni (62%), ma la consultazione di siti “istituzionali”, come quelli delle società scientifiche, delle istituzioni sanitarie e delle associazioni di pazienti non è affatto trascurabile (circa 40%). I pazienti ritengono affidabili anche le informazioni reperite nei siti web nelle community online chiuse, mentre i social media e YouTube ispirano minore fiducia.
I pazienti affetti da tumore che utilizzano il web ricercano informazioni sui sintomi (56%), sui centri di cura e sui medici (50%), sui trattamenti prescritti dall’oncologo (46%) e sugli stili di vita (43%). Solo il 20% di essi ricerca informazioni su cure alternative. Il 75% dei pazienti dichiara di essere in grado di comprendere il significato delle informazioni che trovano, e il 60% condivide queste informazioni con il proprio medico.
Le app per smartphone sono poco usate: infatti solo il 32% del campione ha dichiarato di utilizzarle. Quelle maggiormente usate sono le app per fruire dei servizi sanitari, come le prenotazioni di visite mediche o esami e l’accesso ai referti (17%) e per tenere traccia dell’attività fisica (16%). Le app dedicate a dieta e alimentazione sono al terzo posto (9%), mentre le app per il monitoraggio dei parametri di salute e per migliorare l’aderenza alle terapie sono quelle meno usate. Circa il 20% degli utilizzatori condivide con lo specialista i dati raccolti, ma solo il 10% dichiara che utilizza questi strumenti su suggerimento del medico o dell’oncologo: se però il medico o l’oncologo suggerisse il loro impiego, l’80% dei pazienti che non le utilizzano dichiarano di essere pronti ad usarle.
Da sottolineare che il 95% dei pazienti intervistati ritiene importante poter fruire di un sistema in grado di archiviare e rendere accessibili al proprietario i dati sanitari, ma ad oggi tale possibilità è disponibile solo per il 47% del campione.
Infine, il 62% dei pazienti oncologici utilizza tool tecnologici per comunicare con il proprio medico, in particolare le email e Whatsapp (rispettivamente il 53% e 41%), seguite dagli sms (16%). Invece Facebook Messanger, Skype e Telegram, e le piattaforme di social media, risultano essere poco utilizzati. Il materiale condiviso è costituito soprattutto da referti (52%), richieste di esami, appuntamenti e farmaci (44%) e dati di laboratorio (42%).
Dino Biselli

